Coronavirus, le imprese  Il  ricatto dei brand  al tessile di Como
Nuove criticità di mercato si aggiungono alla situazione già emergenziale del tessile

Coronavirus, le imprese

Il ricatto dei brand

al tessile di Como

La richiesta ad alcuni produttori del distretto a pochi giorni dalla denuncia delle aziende pratesi. Si scaricano a monte i problemi di liquidità della filiera

Da Prato a Como sta montando lo sconcerto per l’azione di “sciacallaggio” da parte di noti brand della moda che vogliono “scaricare” a monte parte delle perdite subite per la chiusura dei negozi nel mondo.

É arrivata anche ad alcune aziende comasche, che per ovvie ragioni vogliono mantenere l’anonimato, la richiesta da parte di un colosso italiano dell’abbigliamento di anticipare via bonifico il 7% del fatturato invernale. Condicio per restare, non tanto eufemisticamente, nella lista dei fornitori. Il colloquio è avvenuto telefonicamente, ma ha lasciato un profondo senso di impotenza e incredulità.

La stessa provata dai colleghi di Prato che sul quotidiano toscano “Il Tirreno“ hanno parlato apertamente di “ricatto” e si sono coalizzati appellandosi a Confindustria Toscana Nord per trovare il modo di non pagare senza subire rappresaglie. Il timore diffuso è quello di ricevere pressioni di questo tipo da altri noti marchi, clienti da cui dipende gran parte del fatturato annuo.

Un altro colosso del lusso ha infatti più o meno contemporaneamente formalizzato una pretesa ancora più insostenibile: lo sconto del 20% sul fatturato 2019. Questa volta la richiesta è stata fatta nero su bianco in un documento in cui la società giustificava il “sacrificio” per far fronte a problemi di cassa causa posticipo dei pagamenti dei negozianti per il grande carico di invenduto.

L’indignazione

Comprensibile l’indignazione da parte degli imprenditori comaschi e pratesi di fronte a mail di questa natura. I marchi in questione sono tra i più noti del made in Italy, si rivolgono alla fascia alta di consumo, vantano una storia e una tradizione alle spalle. Si tratta di aziende che hanno diversificato il business retail con negozi on line, presenti sui più importanti mercati e quindi anche in questa fase di pesante contrazione del fatturato sono certamente più strutturate dei loro fornitori ad affrontare la carenza di liquidità. Holding che, alla fine dell’emergenza, avranno sicuramente più possibilità di ripresa delle piccole-medie realtà tessili.

A generare rabbia è proprio la mancanza di solidarietà nei confronti degli attori più deboli, anelli fondamentali di una catena virtuosa che ha contribuito al successo del prodotto italiano nel mondo.

Già all’inizio della pandemia, non pochi operatori comaschi si sono trovati a fare i conti con il mancato ritiro di merci, la sospensione degli ordini in corso, la proroga a 150/180 giorni delle scadenze.

L’appello

A questo punto sarebbe auspicabile un intervento di Camera Nazionale della Moda che riunisce le principali case italiane. Un appello alla responsabilità da parte del presidente Carlo Capasa che allo scoppio del coronavirus ha ribadito: «Dobbiamo proteggere l’ industria della moda perché è la più strategica che abbiamo in Italia. Per proteggerla dobbiamo anche capirne i meccanismi: siamo unici perché mettiamo insieme artigiani, piccole imprese, medie aziende e grandi brand, li facciamo lavorare fianco a fianco guadagnandoci in creatività, flessibilità, qualità, cura del prodotto e sostenibilità. Poi siamo anche bravi a vendere, visto che i nostri showroom e le nostre boutique diffondono quasi tutti i brand più importanti del mondo. Consentire la chiusura di alcune aziende, anche piccole, anche artigiane creerebbe uno strappo in quel tessuto unico che la nostra filiera rappresenta».


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