Coronavirus, le imprese  Montagne di fiori  finiscono tra i rifiuti
Le primule destinate al compattatore

Coronavirus, le imprese

Montagne di fiori

finiscono tra i rifiuti

Garden e fiorai chiusi nel periodo clou e per le imprese non c’è altra via che buttare la merce. Magni (Coldiretti): «Mille imprese, molte chiuderanno»

Un’immagine, talvolta, è più eloquente di mille parole ed è quella dei fiori gettati nei campi e destinati a diventare fertilizzanti. È la sintesi (inevitabile) che rispecchia una situazione drammatica, una crisi senza precedenti che sta piegando le ginocchia a uno dei settori-chiave dell’economia delle province di Como e Lecco, il florovivaismo: il territorio lariano è uno tra i leader in Lombardia per numero di imprese, con oltre 1000 imprese. Solo il Milanese ne annovera di più, arrivando a 1.107: nei dettagli operano 549 imprese nel Comasco e 460 nel Lecchese, cui va aggiunto tutto l’indotto.

«Una gran parte di aziende, se non ci saranno aiuti adeguati e veloci, non esisterà più quando tutto potrà ripartire» commenta Roberto Magni, floricoltore e membro di giunta di Coldiretti Como Lecco.

Il momento chiave

«Beninteso, tutti i settori agricoli sono in difficoltà. Ma per il comparto florovivaistico la situazione è ancora peggiore ed economicamente più pesante, sia per il periodo, sia per una catena di aggravi che si aggiungono al mancato guadagno: tra fine febbraio e aprile, infatti, si concentra almeno l’80% degli introiti per tutte le imprese del settore che operano nel comprensorio; inoltre, in contemporanea alle vendite, si fanno la programmazione e gli investimenti necessari alle produzioni dei mesi o dell’anno successivi, e questa attività necessita di quella manodopera che oggi molti sono costretti a mettere in cassa integrazione per mancanza di liquidità».

La gravità della situazione si riassume quindi con la sinossi di una “tempesta perfetta”: l’emergenza coronavirus inoltre non garantisce i trasporti e obbliga alla chiusura degli esercizi (fiorai e garden) proprio nelle settimane cruciali per il settore. È il periodo in cui sono in atto i cicli di fioritura, che si completeranno in 15 giorni al massimo: per i fiori invenduti – e sono praticamente tutti, dato che la consegna a domicilio costituisce, ad oggi, una nicchia minoritaria – non c’è altra iniziativa che l’ammasso e il loro successivo smaltimento.

La scelta più amara

«Siamo costretti a buttarli tutti. Chi può, li trasforma in fertilizzante, separandoli dagli imballaggi in plastica: l’alternativa è smaltirli alla stregua di un rifiuto speciale, da eliminare in compattatore attraverso servizi esterni, con costi ulteriori ed enormi che si aggiungono al mancato ricavo, già di per sé gravissimo. È una situazione assolutamente insostenibile» prosegue Magni.

«Parliamo di almeno uno, due mesi di mancati guadagni, e solo se l’emergenza dovesse finire presto. Altrimenti la situazione che si prospetta è ancora peggiore e, davvero, penso che molti non ce la faranno a ripartire».

Magni, unitamente al presidente della Coldiretti interprovinciale Fortunato Trezzi, si appella a Regione Lombardia: «È positiva la richiesta dell’assessore Fabio Rolfi circa la necessità di adottare misure specifiche per il settore, rivolta al Ministero dell’Agricoltura, ma occorre fare presto. Serve un sistema di compensazione del prodotto smaltito e dei mancati introiti: nell’immediato è necessario garantire liquidità alle imprese».

A completare il quadro, anche lo stop alle attività di manutenzione del verde, «che pure rappresentano, per molti, un completamento dell’attività vivaistica. Si tratta di un’attività considerata non essenziale, quindi ormai da giorni anche questo segmento è fermo».

La biodiversità

Insieme alla sopravvivenza delle imprese, è a rischio un patrimonio di biodiversità “verde” che, negli ultimi due secoli, ha contraddistinto il comprensorio lariano e fatto crescere il settore, prima della congiuntura che, negli ultimi anni, già lo ha messo a dura prova: fiori, acidofile alberi da frutto, ornamentali, piantine da orto: un patrimonio anche culturale e storico messo in ginocchio dall’emergenza coronavirus, insieme a un indotto da cui dipende il futuro di migliaia di persone e famiglie.


© RIPRODUZIONE RISERVATA