Martedì 15 Ottobre 2013

La Cgil: «Qui già fatti

altri sacrifici in passato»

Sul caso Cosmint interviene Francesco di Salvo, segretario provinciale Filctem Cgil. Pubblichiamo alcuni stralci.

«Abbiamo seguito con attenzione i commenti e le valutazioni apparse sulla stampa in merito all’ iniziativa di sciopero indetto alla Cosmint di Olgiate Comasco.

Non ci interessa in alcun modo avviare un dibattito né fare sterili polemiche, ma alcune delle affermazioni fatte risultano a nostro avviso non corrette. (...)

Noi siamo un sindacato e con la realtà ci misuriamo e facciamo i conti tutti i giorni, la realtà del lavoro e delle sue difficoltà, la realtà delle imprese che si confrontano con i problemi economici.(...)

Nello specifico, nell’azienda in questione in questi anni abbiamo definito spazi di flessibilità nell’ingresso di lavoratori; modificato e adeguato ripetutamente gli orari di lavoro; previsto prestazioni obbligatorie per garantire i sei giorni di produzione; previsto la gestione delle fermate per le ferie in modo da consentire l’evasione degli ordini; ridotto i trattamenti di alcune prestazioni in cambio di assunzioni di nuovi lavoratori.

Andando oltre alla vicenda, in questi anni abbiamo assistito nella nostra provincia a lavoratori che hanno continuato a faticare senza percepire per mesi lo stipendio pur di tentare di salvare l’azienda e il loro posto di lavoro. (...)

Se, dopo aver ricercato ostinatamente soluzioni ai problemi che si ponevano, il sindacato e i lavoratori hanno scelto la strada dello sciopero è proprio perché forse si sta andando oltre. La discussione che si sta svolgendo non è solo su come gestire i picchi delle richieste del mercato, ma forse anche su quale modello di aziende e di relazioni sindacali si immaginano. Noi crediamo che la competizione per il nostro paese debba avvenire sui livelli alti di innovazione, di qualità e di produttività; questo per noi non è disgiunto dalla richiesta di livelli alti anche per la tutela dei lavoratori, del confronto con i loro rappresentanti.

Insomma un rapporto tra i diversi interessi che riconosca la pari dignità. Se l’obiettivo è competere portando al ribasso le condizioni dei lavoratori o gli spazi della loro rappresentanza, noi non possiamo accettarlo. E non lo accettiamo perché il modello di società che così si prefigura non lo condividiamo e ci appare ancora più ingiusto e iniquo. In un paese in cui il conto viene presentato sempre agli stessi, perdonateci ma a volte diciamo anche di no».

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