Mascherine, la farsa
«Politecnico boicottato
dai burocrati dell’Iss»

L’intervista a Giuseppe Sala, direttore del Dipartimento di Scienze e Tecnologie Aerospaziali del Politecnico: «Ci siamo messi a disposizione per le certificazioni ma continui ostacoli»

Prima ancora che si diffondesse in Italia l’epidemia di Covid-19, nel nostro Paese hanno iniziato a scarseggiare le mascherine per la protezione. Successivamente, numerose imprese hanno tentato di ottenere la certificazione per avviare la produzione dei dispositivi “chirurgici”, ma si sono trovate davanti ad un muro di burocrazia.

Giuseppe Sala è docente al Politecnico di Milano, direttore del Dipartimento di Scienze e tecnologie aerospaziali dell’università milanese e coordinatore dell’iniziativa portata avanti nelle scorse settimane dall’ateneo e dalla Regione Lombardia per certificare la materia prima utile alla produzione di mascherine chirurgiche.

Professor Sala, come è iniziato il vostro coinvolgimento in questo ambito?

Il Decreto del presidente del Consiglio del 17 marzo ha dato la possibilità di produrre mascherine in deroga alle normali procedure, permettendo alle imprese di usufruire di una procedura veloce per avviare l’attività: abbiamo voluto dare il nostro contributo pensando di raggiungere un risultato importante e invece ci siamo scontrati con la più bieca burocrazia romana.

Ci spieghi meglio.

Il decreto stabiliva che gli aspiranti produttori di mascherine chirurgiche facessero richiesta all’Istituto superiore di sanità fornendo la documentazione tecnico scientifica necessaria a garantire l’efficacia della materia prima. Moltissime imprese che intendevano proseguire l’attività si sono buttate su questa produzione ed il Politecnico di Milano, insieme alla Regione, ha scelto di mettere a disposizione gratuitamente i propri laboratori per testare i materiali inviati dalle aziende. Abbiamo chiarito subito quali fossero gli standard minimi ma ci hanno inviato di tutto: così, su oltre 2mila richieste, solo 15 hanno superato i nostri test. Il nostro obiettivo era quello di creare una filiera tutta italiana, invitando quindi i confezionatori a rifornirsi della materia prima certificata: i materiali idonei e i fornitori sono stati divulgati con una nota tecnica sul sito della Regione. Abbiamo individuato produttori che sarebbero stati sufficienti per una capacità produttiva di 7 milioni di mascherine al giorno. Pensavamo di aver raggiunto l’obiettivo e invece ci sbagliavamo.

Per quale motivo?

Le motivazioni ufficiali non ci sono. Ma abbiamo avuto l’impressione che questa iniziativa a Roma non sia piaciuta affatto. Forse l’Iss si è sentita defraudata delle proprie prerogative o forse si sono fatti sentire i laboratori a cui abbiamo fatto concorrenza operando gratuitamente: fatto sta che l’Iss ha iniziato a dare l’autorizzazione per la produzione in modo non bilanciato.

Sta dicendo che chi aveva avuto il via libera dal Politecnico di Milano ha incontrato maggiori difficoltà rispetto ad altri?

La sensazione era proprio questa. Ad alcune aziende che avevamo affiancato l’Iss ha iniziato a fare richieste sempre più complesse ed evidentemente pretestuose. Ogni giorno venivano richiesti nuovi dati e quindi, di fatto, è saltata la semplificazione che il decreto aveva voluto introdurre.

Le aziende che avete seguito hanno quindi rinunciato?

Guardi, mentre avveniva tutto questo, il presidente dell’Iss ha detto che si potevano utilizzare anche le mascherine autoprodotte in cantina, purché stratificate. Invece il commissario Arcuri ha detto che erano necessarie le certificazioni per produrre le chirurgiche, ma il prezzo finale non avrebbe potuto superare i 50 centesimi. Come può un’azienda seria che si vuole riconvertire operare dentro questo caos totale?.

Nel Comasco, molte imprese hanno iniziato a produrre le mascherine ad uso civile in tessuto. Hanno fatto bene?

I lombardi sono persone concrete e, come già accaduto più volte, davanti a questa situazione surreale hanno avviato una produzione comunque consentita. L’iniziativa quindi è lodevole, ma sul fronte della sicurezza del materiale possono esserci lacune proprio perché in molti casi mancano i risultati dei test.

Oltre alle chirurgiche, gli italiani hanno imparato a conoscere in questi mesi anche le mascherine Ffp2 e Ffp3: qui come siamo messi?

Ancora peggio. La norma dice che, per avviare la produzione, è necessario verificare la mascherina in un luogo chiuso, con numerose persone a contatto che fanno attività fisica. Ma in questo momento gli assembramenti sono vietati e quindi le mascherine non si possono certificare. Abbiamo proposto all’Inail, che è l’interlocutore per questo prodotto, di modificare le proprie regole vista la situazione di emergenza: la risposta non è mai arrivata.

In conclusione?

Abbiamo cercato di lavorare per costruire una filiera nazionale e lo abbiamo fatto gratis. Purtroppo siamo andati a sbattere contro una serie di paradossi e così l’Italia resta in gran parte in balia dei produttori esteri, perfino dei francesi che si sono organizzati per tempo ritenendo che fosse strategico avere nei propri confini la produzione di dispositivi di protezione.

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