Recessione durissima  Governo e imprese,  cambiare strategia
Mauro Frangi, presidente di Confcooperative Insubria

Recessione durissima

Governo e imprese,

cambiare strategia

Mauro Frangi, presidente di Confcooperative Insubria, sollecita un “nuovo inizio” nel metodo e nella scelta degli investimenti

Il lavoro, le imprese, la coesione sociale. Tre parole chiave per una ripartenza che non ha senso immaginare come un ritorno al passato. Mauro Frangi, presidente di Confcooperative Insubria, indica in questa giornata del 2 Giugno come un simbolico nuovo inizio.

Una festa che ci riporta al clima del dopoguerra.

Non ci sono le macerie per le strade ma, come allora, abbiamo bisogno di un grande sforzo di ricostruzione economica e sociale. Come allora abbiamo bisogno di ridefinire fini e priorità. E in questa ridefinizione di fini e priorità è un segno – piccolo ma per noi molto significativo – che, nella festa della Repubblica, possiamo festeggiare Francesca Paini, nominata cavaliere al merito della Repubblica dal presidente Mattarella. Mi piace pensarlo come un segno delle cose di cui avremo bisogno se vogliamo darci un futuro: solidarietà, cura delle persone più fragili, responsabilità, capacità di costruire imprese fondate sul mutualismo e la costruzione di beni comuni.

Quanto è profonda e quanto durerà la crisi che ci aspetta?

Sarà una recessione lunga e durissima. Serviranno anni a tornare ai livelli di attività del 2019.

E ci riusciremo solo “cambiando verso” al nostro modello di sviluppo. Le stime di Banca Italia parlano di 1 milione in meno di occupati, ma evidenziano che in termini di ore lavorate la caduta sarà almeno doppia. E poi ci sono quelli che non entrano nelle statistiche. Pensiamo solo alle decine di migliaia di lavoratori stagionali legati alla filiera del turismo o della cultura e degli “eventi”. Almeno per un biennio ci sarà meno lavoro, dunque. E, quindi, più problemi per le persone e le famiglie.

Quanto sta crescendo la diseguaglianza sociale?

Abbiamo affrontato tutti la stessa tempesta. Ma non sulla stessa barca. Nella tempesta c’era chi stava sul panfilo e chi su una piccola zattera. Il 20% delle famiglie con redditi inferiori subirà una perdita di reddito doppia rispetto a quella del quinto di popolazione con i redditi più alti. Ma non c’è solo questo. Pensiamo ai ragazzi e alla dimensione educativa.Nella ricca Milano un alunno su due non è riuscito a seguire le lezioni a distanza. Uno su cinque non possiede un pc, un tablet o una connessione internet.

Anche le imprese stanno soffrendo in misura diversa.

Per molte imprese – soprattutto le più piccole e meno patrimonializzate – sarà impossibile tornare alla “normalità” del 2019. Tra queste ci sono anche molte imprese cooperative nostre aderenti: non ritroveranno i mercati di prima, saranno costrette a ridimensionarsi e, in qualche caso, a “gettare la spugna”.

L’impegno del Governo è stato sufficiente?

Sono stati messi in campo 75 miliardi. Oltre 4 punti di Pil, una cosa mai vista. Ma è un impegno che rischia di essere vanificato dalle modalità con cui è attuato.

Soffocato da una logica burocratica che trasforma l’accesso alle misure previste o in una “lotteria” o in una “corsa a ostacoli”, lunga ed insidiosa. Il Decreto Rilancio prevede 100 decreti e provvedimenti attuativi per essere “messo a terra”, quando sarà approvato. Nella situazione che abbiamo di fronte serve a poco disperdere risorse in “buoni vacanze” o in “buoni monopattino”, peraltro, anche questi, disegnati in modo complesso e di difficile attuazione.

Quali potrebbero essere i punti di riferimento di una strategia efficace?

Servirebbe concentrare le risorse su due direttrici fondamentali. Il lavoro e l’impresa da un lato e la coesione sociale dall’altro.

Un grande piano di sostegno al rafforzamento patrimoniale delle imprese e, in particolare, delle Pmi. Scommettendo sulla loro capacità di rigenerarsi e di trasformarsi, in particolare nella direzione della transizione digitale e di quella ambientale. Sostenendole nel loro sforzo di mantenere il lavoro e l’occupazione e, poi, in quello di tornare ad assumere. E, nello stesso tempo, serve investire con forza sulle infrastrutture sociali del Paese. A cominciare dalla scuola e dall’educazione. Ma, più in generale, investendo per rafforzare e qualificare i legami di comunità, la coesione sociale, il livello e la qualità dei “beni comuni”. Le imprese cooperative operano proprio su questo crinale e possono essere una risorsa da valorizzare ed attivare. Siamo pronti a “dare una mano”. Ma servono misure coerenti a questa impostazione e semplici nella loro attuazione e nelle modalità di accesso.

Cosa è necessario fare per andare in questa direzione?

Due parole chiave, metodo e risorse. Quanto al metodo è il momento di lasciarci definitivamente alle spalle un approccio burocratico ed autoreferenziale che paralizza il paese e non libera energie diffuse. Serve scommettere su imprese e società, non produrre “il nuovo modello H” per accedere al beneficio previsto all’articolo, comma, lettera etc etc. Purtroppo, la “cultura del reddito di cittadinanza” si è diffusa e radicata e cresce la tentazione di trasformare tutto in assistenza. Anche molta parte del mondo delle imprese si è distinta soprattutto nel chiedere aiuti immediati invece di sostegno allo sviluppo, contributi anziché stimoli.

E le risorse?

Non si potrà certo proseguire facendo debito pubblico su debito pubblico. Due sono i temi decisivi. Mettere in campo una grande ed efficace lotta all’evasione e all’elusione fiscale. Le risorse che “furbi e furbetti” ogni anno sottraggono alla collettività e allo sviluppo sono ben più alte dei 75 miliardi messi in campo per affrontare l’emergenza. Chi evade ruba il futuro delle persone e delle comunità e non merita nessuno sconto.

E, poi, sul tema delle risorse necessarie, serve sapere che da soli non possiamo fare proprio nulla. Che solo la dimensione europea può consentire di accedere stabilmente alle risorse necessarie a ricostruire lo sviluppo.

Senza l’Europa ci sono possibili alternative?

Anche su questo tema non potremo tornare alla “normalità” di prima. Una “normalità” fatta dalle urla di chi auspicava un nazionalismo insensato ed impraticabile e indicava l’Europa come il nemico e la causa di tutti i mali. Già in questi mesi abbiamo capito che senza il sostegno europeo nemmeno le misure sin qui prese sarebbero state possibili.

Il post emergenza sarà un ritorno alla normalità?

No, siamo tutti chiamati ad una sfida gigantesca che riguarda tutti gli ambiti della nostra vita economica e sociale. E non possiamo pensare che tutto dipenda dai Governi. Perché, dopo questa lunga primavera, se vogliamo davvero una “ripartenza” duratura e sostenibile serve l’impegno e la responsabilità di tutti. Cittadini, imprese, corpi intermedi. Sarà necessario ripensare il modo in cui produciamo e consumiamo, riconvertire le produzioni, accorciare le filiere, regolare diversamente i mercati finanziari, ripensare gli standard contabili e creditizi, lanciare un grande piano di conversione ecologica di tutte le attività umane e, soprattutto, ricordarci che siccome “nessuno può vivere sano in un mondo malato” la qualità della coesione e della convivenza sociale sono più importanti dei profitti e dei redditi dei singoli, soprattutto quando, come oggi sono concentrati in un modo assurdo e insostenibile.


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