Mercoledì 29 Giugno 2011

Se Tremonti molla si balla il Sirtaki

Alla fine l'ha avuta vinta ancora lui. E non poteva essere altrimenti. Magari Berlusconi e Bossi ci proveranno ancora a sfilare le chiavi della cassa dalle tasche di Tremonti. Ma sono tentativi destinati al fallimento. Salvo che non si voglia far fallire l'intero paese. Con gli speculatori che fanno mucchio ai confini, infatti, sarebbe davvero una follia mandare a casa il ministro dell'Economia. Lo ha fatto giusto quella Grecia, evocata come spettro da più parti in questi giorni. Ma è accaduto quando ormai la speculazione aveva già spezzato le reni ad Atene. L'Italia, si sa è sull'orlo del baratro. Già non è facile governare la situazione con un clima politico in cui manca solo di veder spuntare all'orizzonte un Romolo Augustolo. Figuriamoci cambiando il titolare del dicastero più delicato. Se poi il signore in questione si chiama Tremonti Giulio e ha alle spalle il vento dell'Europa è meglio lasciar perdere.
Perché, volenti o nolenti, è l'Unione Europea a suonare la musica si deve ballare la politica economica dell'Italia. Il nostro debito pubblico e i ritardi sulle riforme strutturali di cui si è blaterato per anni senza combinare nulla, ci impongono questa situazione. E Bruxelles si fida solo di Tremonti. E lui il garante verso questi poteri che magari altrove non saranno più tanto forti, ma da noi si fanno sentire, per la ragioni di cui sopra. Ecco perché, forse, il ministro dell'Economia non ha neppure avuto bisogno di mettersi nella tasca della giacca la lettera di dimissioni prima di entrare al vertice di maggioranza.
Le dimissioni non ci sono state. Anzi. Secondo il segretario del Pdl, Alfano, il governo si è rafforzato. Lo stesso esecutivo di cui fa parte il sottosegretario Crosetto, quello che aveva definito Tremonti, uno «da far analizzare a uno psichiatra» e ieri lo ha chiamato «bollito».. In verità, dal vertice, a uscire rafforzato è il ministro dell'Economia. Bossi e la Lega hanno dovuto abbozzare. Il Senatur deve continuare il gioco iniziato sul pratone di Pontida e ripete come un disco rotto che il governo resta a rischio finché la manovra non passa. Maroni, forse quello più desideroso mandare tutto a carte quarantotto, avverte che sarà decisivo il consiglio dei ministri di domani, sede in cui si prenderanno la decisioni.
Ma intanto il ministro dell'Economia ha superato il passaggio più stretto, ed è uscito indenne dalle Termopili, smentendo le previsioni di chi lo dava già per spacciato e sostituito da Bimi Smaghi in uscita dalla Bce per far posto a Draghi.
Certo, in quella maionese impazzita che è la politica italiana di oggi azzeccare i pronostici equivale a giocare al Superenalotto. Ma l'impressione è che Giulietto sia ancora in auge, con buona pace del Cavaliere che non lo sopporta più e degli ex sodali leghisti. Ha concesso qualcosa nella manovra, forse troppo, accettando di diluirla in quattro anni. Magari attenuerà un po' quel "prendere o lasciare" con cui finora ha presentato i provvedimenti ai colleghi ministri.
Far cadere il ministro è un rischio che il governo e il Paese, oggi non possono correre. Il sacrificio di Tremonti offrirebbe un ghiotto pretesto agli speculatori. E alla musica imposta finora dall'Unione Europea rischierebbe di sostituirsi quella del Sirtaki, il ballo greco. Allora anche il governo Berlusconi finirebbe travolto.

Francesco Angelini

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