Giovedì 30 Giugno 2011

Quella vita donata del medico eroe

La vita si dà e la vita ti prende. Così racconta la storia del cardiochirurgo di Rho (quarantanove anni, tre figli) che va in sala operatoria, usa il bisturi per quasi quattro ore, tira fuori dall'emergenza un poveretto in sospetto di non poterne uscire, poi avverte una fitta al petto, scende al pronto soccorso, vi entra, cade quasi inginocchiandosi davanti a un lettino verde e muore.
La vita si dà e la vita ti prende. Proprio così. La vita ti prende, non ti prende la morte. Non si può non credere a un'altra e miglior vita, quando quella che stai vivendo si manifesta nella peggiore delle sue forme. La forma che ti priva d'ogni materiale consistenza, e adieau. Adieau? No, assolutamente. Arrivederci. Senz'altro arrivederci. Arrivederci, caro dottor Vincenzo Capacchione. Laicamente arrivederci. Perché qui non è questione (solo, eventualmente) di fede. Qui è questione di giustizia. Di rispetto delle regole etiche. Di codice d'umanità da non trasgredire. Tu che rispondi alla chiamata affannosa dell'ospedale alle sei del mattino; tu che ti precipiti, assonnato e col respiro corto, nella sala già approntata per l'intervento disperato; tu che, poco dopo esservi entrato, accusi un acuto dolore costale, ma rassicuri l'anestesista e gl'infermieri che ti vedono cereo; tu che sofrri, tieni duro, vai avanti sino alla fine per completare un'operazione ad elevato rischio e difficoltà; tu che, quando il paziente è finalmente in salvo, cominci per davvero a dubitare della tua, di salvezza; ecco, tu non puoi essertene improvvisamente andato chissà dove e per sempre e senza fissarci l'appuntamento per il prossimo ritrovo.
La vita si dà e la vita ti prende. Sarà pure, come racconta la letteratura, un'ombra in cammino, la vita. Però che luce fa quest'ombra, se è l'ombra d'un piccolo grande eroe della quotidianità. E' una delle ombre che restano luminose anche dietro il sipario che cala, l'opera che finisce, il silenzio che domina. A proposito di sipario: gli spettatori non se ne vanno, al termine d'una rappresentazione così. Gli spettatori rimangono lì, muti, immobili, emozionati. Non se ne vogliono andare, non se ne andrebbero mai. Caro Vincenzo (scusa se aboliamo in corso d'articoletto il dottore e il Capacchione), tu sei una di quelle persone che c'insegnano come non si debba aver paura della vita che finisce. Semmai bisogna averla della vita (d'una vita) che non comincia mai. Una storia come la tua c'insinua il dubbio - ed è un dubbio doloroso - che  la nostra vita sia tra quante (tante) non cominciano mai. Vite banali, vite uggiose, perfino vite mediocri. La mediocrità che c'impedisce di guardare lontano e oltre, di eliminare dal vocabolario la parola forse, di capire dove sta per davvero la nobiltà dell'esistere.
La vita si dà e la vita ti prende. Senza eroismi come il tuo, caro amico che adesso ci guardi dall'altra stanza di questo mondo bilocale (l'aldiquà e l'aldilà), continueremmo a prendere la vita senza darla. A cercare ciò che neppure noi sappiamo bene che cosa sia (sempre di più, e perché e per chi?), a non comprendere che la vera realtà è il sogno. Il sogno dell'inveramento di un'epopea della generosità, di un prodigarsi di cavalieri caritatevoli, di una misericordia così puntuale da sembrarci (chissà per quale motivo) chirurgica.

Max Lodi

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