Mercoledì 13 Luglio 2011

In questo federalismo qualcosa non va

Il federalismo fiscale è una bella cosa se inteso come strumento per evitare che i soldi dei contribuenti vadano sprecati nel viaggio di andata e ritorno tra le nostre tasche e Roma. Serve anche e soprattutto a responsabilizzare le autonomie locali, perché se un sindaco paga luminarie natalizie, fuochi d'artificio e doppio stipendio del segretario comunale con l'aumento dell'addizionale Irpef, anziché con un generico trasferimento di fondi dal ministero, rischia di irritare parecchio i concittadini che lo devono rieleggere.
Il problema è che, almeno finora, degli aspetti positivi della riforma si vede ben poco: in Sicilia per esempio continuano imperterriti a distribuire pensioni-baby a un esercito pletorico di fortunati dipendenti pubblici, prontamente rimpiazzati da infornate di nuove assunzioni spesso clientelari, se non peggio.
È vero che la riforma deve ancora andare a regime, ma nel frattempo è già partita la parte meno gradevole del nuovo sistema, e cioè l'autonomia impositiva di Comuni e regioni, che chissà com'è si stanno attrezzando per alzare - per ora di un paio di punti percentuali, poi si vedrà - la già elevatissima pressione fiscale che grava sulla testa di chi le tasse le paga.
Se in Sicilia non si vede nulla di nuovo all'orizzonte, dalle nostre parti si intravede invece molto chiaramente che i soldi cominciano a scarseggiare: servizi sociali sempre più scadenti, buche sulle strade, presidi di scuola con il cappello in mano a chiedere alle famiglie i soldi di detersivi e carta igienica. Il preside li chiede, Comuni e Regioni li prelevano direttamente dal portafogli. Più tasse, più servizi? Neanche per idea, come dimostra il caso della frana di Brienno. Per quanto decaduta dopo gli scandali della cosiddetta «cricca del G8» e dei suoi appalti truccati in cambio di case ai ministri amici e agli amici dei ministri, la Protezione civile ha sin qui garantito interventi efficaci prelevando da appositi e corposi capitoli di spesa. Ora salta fuori che il Comune di Brienno - 421 persone, sindaco e poppanti compresi, 900mila euro di entrate annue per pagare tutto, compresi gli stipendi dei tre dipendenti comunali - dovrebbe pagare il venti per cento dei costi dell'intervento che ha consentito di riportare il paese alla vita civile dopo il disastro di giovedì scorso. Così prevede una fresca delibera di giunta regionale, che ha limitato anche il suo contributo a un tetto massimo di 75mila euro per ogni intervento post alluvione.
Che cosa si intenda per «intervento» non è ben chiaro nemmeno ai consiglieri regionali che hanno tentato, sin qui invano, di convincere l'assessore regionale Romano La Russa a risparmiare almeno ai Comuni più piccoli questa sorta di «franchigia» della Protezione civile.
Siamo alla prima applicazione del balzello e in tanti, al Pirellone, si stanno prodigando per convincere l'assessore a fare marcia indietro. Restiamo ottimisti. Nel frattempo constatiamo che, allo stato dell'arte, le spese di primo intervento sostenute per la frana ammontano, secondo il sindaco, a circa 120mila euro e che, con il nuovo sistema, metà rischiano di restare a carico del piccolo Comune. Per i quattro milioni di danni, poi, nessuno sa bene chi e quando interverrà.
Insomma il Governo taglia e la Regione pure. Secondo voi a chi chiederanno quattrini i sindaci per riaprire le strade dopo un'alluvione?

Mario Cavallanti

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