Mercoledì 13 Luglio 2011

La scommessa al buio del Calcio Como

Beh, a questo punto le estati del Calcio Como se la giocano bene con gli inverni, in quanto ad adrenalina e suspence. Purtroppo, c'è da aggiungere. Dovessimo scrivere le sceneggiature delle ultime estati azzurre, e poi quelle degli ultimi campionati, beh probabilmente a vincere l'Oscar sarebbero le prime. Dalla miracolosa iscrizione dell'avvocato Chiacchio del 2004, al fallimento del 2005, dalla reiterata precarietà dei progetti, all'incursione Feltri-Santanché, all'impareggiabile apparizione-sparizione di Ciuccariello (vera star). Genere thrilling-horror, naturalmente.
Quest'anno il brivido non è mancato. Il mancato (primo) appuntamento con la fidejussione ha preso in contropiede tutti, anche i più scettici, che non si aspettavano tale inciampo. In attesa che (bontà sua) la società magari un giorno ci spieghi i motivi di tale qui-pro-quo (che costerà un punto in classifica), i segnali dicono che tutto alla fine è andato al suo posto.
E adesso si volta pagina, passando al capitolo 2: la costruzione della squadra. Capitolo, questo, che anche nelle scorse stagioni non ha mancato patemi e incertezze. Due anni fa, in Trentino, l'allenatore Di Chiara non poteva far disputare le partitelle 11 contro 11 perché non aveva abbastanza uomini, ed era pure costretto ad abbandonare la squadra per andare a fare anche l'osservatore. L'anno scorso, Sondalo sembrava la stazione Termini, con comitive di giocatori che andavano e venivano. Tutto ciò, ovviamente (o forse non ovviamente) alle orecchie di Di Bari e Rivetti suona come una coccarda da appuntare sul petto. Perché si può criticare quanto si vuole, ma i risultati dicono che in quattro anni il Como ha conquistato due promozioni e due salvezze. In questo, Di Bari è netto: nessuna stima, nessun rapporto con una città come Como che, invece di dire «grazie», sbuffa come una locomotiva e critica come Sgarbi.
Il discorso però è sempre lo stesso. Quella del Como è una tifoseria che si tiene stretto il suo quarto di nobiltà. Nonostante i fallimenti, e le miserie del dilettantismo, le viene difficile accettare un programma ridotto, al buio, dove la squadra si fa metà a settembre e l'altra metà a gennaio. Dove il massimo del progetto è la salvezza.
Beninteso, non è colpa tutta di Di Bari: abbiamo negli occhi e nelle orecchie il ricordo di un'altra serie C, dove la programmazione era fondamentale. Lo è anche adesso, ma un po' meno. Ce ne sono di squadre che partono senza organico, che aspettano i saldi e sopravvivono. Il Como dell'anno scorso, nella C di dieci anni fa, sarebbe retrocesso senza passare dai play out. Ma oggi è un altro calcio, con le pezze al sedere, e un mercato di scambi e di saldi. Di Bari (e, ci dicono, Tesoro) ci sguazzano, perché hanno l'occhio lungo. Per andare dove, chi lo sa? Chi si accontenta gode, si dice in questi casi. Vediamo, dunque, il giovane Como di Ramella come sarà. Se potrà dire la sua. Se l'ennesima scommessa al buio, l'ennesima roulette russa sui tempi, sui soldi, sulla programmazione, partorirà un'altra avventura a lieto fine. A proposito: può essere «lieto fine», una salvezza? Mah...: forse è semplicemente l'ora di archiviare una pagina azzurra ambiziosa, e oramai fuori dal tempo. Ma farlo è dura...

Nicola Nenci

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