Lunedì 25 Luglio 2011

Una giustizia migliore per una speranza in più

Della giustizia, in Italia, si dicono in genere molte cose. Per esempio che è lenta ma inesorabile (refrain datato ma sempre calzante), che è comunista - cioè troppo schierata ideologicamente - che è allo sfascio oppure che è incoerente (verissimo: a parità di reato la pena spesso differisce a seconda del tipo di processo che l'imputato può legittimamente scegliere di affrontare).
La realtà è probabilmente un'altra, forse addirittura più banale. E cioè che la giustizia è soltanto lo specchio di un paese lento, funereo, spaventato e sempre più raggomitolato su se stesso, zeppo di travet cui sfugge l'idea di essere parte di una comunità un po' più vasta di una casta.
La scorsa settimana, per esempio, un fax inviato ai carabinieri di Valmadrera dagli uffici della corte d'Appello di Milano, ha disposto la carcerazione di due persone piuttosto anziane definitivamente condannate a tre anni e mezzo di detenzione per usura, reato peraltro odiosissimo. Hanno 82 anni, e come raccontava ieri La Provincia, sono state prelevate nella loro casa di Malgrate, in cui vivono da sempre, e trasferite in cella, dopo essere state divise, lui a Pescarenico, dove c'è il carcere di Lecco, lei al Bassone, nella sezione femminile di quello comasco.
A differenza di quel che in genere si pensa, la legge in Italia non pone limiti anagrafici alla carcerazione. Ci sono storie, anche piuttosto recenti, di anziani spentisi dietro le sbarre oltre gli 85 anni. Gli unici limiti riguardano la carcerazione preventiva, la cosiddetta custodia cautelare, che in genere non si applica a chi abbia varcato la soglia dei 70, preferendo ove necessario una detenzione in regime di arresti domiciliari. E allora?
E allora tutta questa storia ricorda da vicino un video piuttosto cliccato fino a qualche mese fa (su Youtube, ovviamente), nel quale una solerte dipendente del Pantheon scavalcava una balaustra e interrompeva un concerto di musica da camera sostenendo che di domenica si chiudeva alle 18. Fu inutile, e il video lo documentava, farle presente che al termine di quell'ultimo movimento mancavano soltanto 4 minuti e che in fondo cosa sarebbero poi stati 4 minuti di fronte all'eternità di quelle mura. L'impiegata fu inflessibile, e spedì tutti a casa, meta cui peraltro ambiva anche lei.
Forse è la meta, insomma, che andrebbe cambiata. Per avere una giustizia, come si dice?, «migliore» e per vivere in un paese con qualche speranza in più.
In tempi di debiti astronomici, di bilanci in rosso, di pil letargici, il proprio naso non può più essere lo scopo, trito, demodé, noioso. Lo scopo, la meta, dev'essere la lettura di quel fax, il calcolo - che immaginiamo faticosissimo - dell'età di un vecchietto a partire dalla lettura della sua data di nascita, in altre parole la capacità di essere davvero partecipi del proprio operato.
Qualcuno rischierebbe addirittura di trovarlo pericolosamente appassionante. La giustizia smetterebbe di essere comunista, miope, lenta o allo sfascio. E l'Italia rischierebbe di diventare il paese che non è mai stato ma che qualcuno, per fortuna, sogna ancora.

Stefano Ferrari

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