Domenica 31 Luglio 2011

I ragazzi e le sere dello sballo alcolico

Il crepuscolo della modernità ha i colori glaciali e artefatti dei cocktail alla moda come la fine della civiltà dei nativi americani quello lattescente dell'anice o dorato del whiskey, l'"acqua di fuoco" di cui sono pieni fumetti e pellicole su indiani e cowboy.
La modalità di intervento è la stessa: agire sull'ignoranza e sulla debolezza della psiche, costringere l'individuo con le lusinghe a provare la droga, in questo caso l'alcol, per colpa del quale nella sola Europa muoiono ogni anno 195 mila persone e in America si uccisero migliaia di pellerossa.
E' uno sterminio subdolo, perché piacevole in apparenza come tutte le trasgressioni, economico - una bottiglia di vodka non arriva a dieci euro nei posti "giusti" - e trendy, per usare un orribile termine che comprende la mutanda firmata come lo sballo collettivo. La fine, tragica e assurda, di Stefano Raimondi, il ragazzo di Ospedaletto Lodigiano fatto fuori a bottigliate, nel tentativo di difendere un amico, da un coetaneo macerato nell'alcol, rappresenta la nostra impossibilità a essere normali, il desiderio di esagerare per uscire dalla noia infinita di una vita fatta di stereotipi e slogan pubblicitari, scandita dagli sms e dal vuoto emozionale, che porta troppi quindicenni, maschi e femmine, a ubriacarsi quasi ogni sera, e gli undicenni a bere il primo mojito, come recitano le statistiche del ministero del Welfare.
Questo "divertimento" a ciclo continuo, proposto in luoghi di solito isolati ed esclusivi, manovrati da accorti trafficanti internazionali, come nei locali dei centri città, macina le coscienze di centinaia di ragazzi alla ricerca disperata di un'identità, cancellata dai meccanismi del consumo che obbliga i più deboli a un assoluto asservimento, a una forma di schiavitù tecnologica senza via di scampo.
Cattività questa, che conduce alla globalizzazione dei cervelli, alla scomparsa del senso critico, all'assenza di ogni tipo di interesse e di passione al di fuori di quelle dettate dalle mode, da cui non si fugge se non con l'uso delle droghe, peraltro segno massimo di esistenza "à la page".
Cui si aggiunge, molto spesso, la totale mancanza del controllo famigliare, spesso limitato alla chiamata sul cellulare, visto come una specie di "filo d'Arianna" capace anche a migliaia di chilometri di distanza di tenere a bada le intemperanze di un adolescente. Dietro, quasi sempre, c'è la paura del confronto da parte dei genitori, oppure una finta liberalità a nascondere lo spettro dell'indifferenza.
L'alcol che diventa eccesso moltiplica le forze e unisce il branco, dà un senso di onnipotenza e di appartenenza a questi umanoidi ventenni, tatuati come forzati alla Cayenna, che rende lecita ogni azione, vista come manifestazione di giustizia e supremazia.
Così ragazzi come Stefano, partiti con lo zaino per la vacanza sudata con i lavoretti nella bottega di papà, si trovano in mezzo a una realtà di colpo finta e iper sviluppata, in cui ogni cosa è spinta oltre il suo limite in un gioco perverso dei ruoli, in cui chi è dalla parte della ragione è destinato a soccombere.
In questa logica al contrario, anche un giovane tranquillo come lui si può trovare nel posto sbagliato nel momento sbagliato, trascinato dal gruppo di amici e da un gruppo rivale ucciso, solo per mettere il paletto di confine un pochino più in là. Pochi centimetri che il giorno dopo, terminato lo sballo, assumono le dimensioni di un baratro.

Mario Chiodetti

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