Domenica 07 Agosto 2011

Canta per noi Vasco il depresso

Vasco Rossi - la più grande rockstar italiana, forse l'unica rockstar italiana - lo ha confidato ieri ai suoi fan: ho sofferto di depressione, mi tiene in piedi soltanto un cocktail di farmaci. Poiché le confessioni di una rockstar vengono sussurrate nelle orecchie di centinaia di migliaia, se non milioni, di persone, ecco che siamo a parlarne anche noi.
Vien da dirgli: caro Vasco, in fondo sei vittima del tuo mestiere. Ancora di più: non sei mai stato parte del rock come quando eri depresso. Una canzone rock - di quelle ben fatte, ovvero fatte con il male di vivere - canta sempre e soltanto di depressione. È inevitabile che per primi vengano in mente i morti. Di che cosa cantavano, se non di depressione, Jim Morrison, Janis Joplin, Jimi Hendrix? Meglio ancora: da quale luogo cantavano costoro se non dal profondo della depressione, intesa come incapacità di accettarsi, di dominare un ego ipertrofico, di essere come gli altri e dagli altri sentirsi amati?
Abbiamo citato artisti che, oggi, sembrano dei predestinati alla prematura fine dei loro tormenti e accanto a loro potremmo aggiungere altre figure di dannati della psiche come Ian Curtis, Nick Drake, i nostri Luigi Tenco e Piero Ciampi. Tutti artisti perseguitati e infine ghermiti da implacabili fantasmi personali. Ma anche nell'altro rock, quello all'apparenza più spigliato, si distinguono le inconfondibili tracce della depressione. John Lennon, negli anni della "beatlemania" scrisse e pubblicò una canzone intitolata «Help!» («Aiuto!»): nessuno, nel delirio festante del suo successo, volle comprendere la portata del messaggio.
Tutto ciò dimostra una stretta correlazione tra la depressione e il rock, ma non fa della depressione una malattia circoscritta all'arte, a certe sensibilità acute, ai cavalieri pallidi bisognosi d'affetto e di popolarità. Al contrario, prova che sono proprio gli artisti vicini al sentimento popolare a sentire il bisogno, qualora vogliano spingersi oltre gli scontati confini dell'amore romantico, di raccontare certe inquietudini comuni tra i giovani, quei conflitti irrisolti che, trascinati fino all'età adulta, finiscono per aggrovigliarsi, incupirsi e sbarrare all'apparenza ogni via d'uscita.
Fa impressione scoprire che un artista amato come Vasco Rossi sopravviva in un equilibrio precario garantito soltanto dalla somministrazione dei farmaci. E non è giusto individuarne le radici in un ostentato trascorso fatto di eccessi: come i suoi fan, più dei suoi fan, Vasco Rossi dichiara una fragilità fatta di slanci ingenui, rabbie purissime e un infinito bisogno di essere compreso e amato. Il che, in fondo, è malattia comune a tutti noi, privilegiati e dannati in questo soffice e qualche volta soffocante mondo contemporaneo. Un tormento che andrà a spegnersi - è dura ammetterlo - solo quando la canzone sarà finita.

Mario Schiani

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