Domenica 07 Agosto 2011

La mia estate con lo spread

Su questa estate ora troppo fredda ora troppo calda incombe, più minacciosa di una tempesta che si annuncia oscurando di nuvole nere il cielo e rumoreggiando da lontano, una parola gravida di guai. Si scrive "spread" e si pronuncia, secca e suonante come una sberla o uno sputo, sprèd. E sta diventando non il tormentone ma il tormento dell'estate, dell'estate di tutti: di quelli che hanno, pochi o tanti, i soldi e di quelli che soldi non hanno ma sanno bene che, se le cose si mettono male, i primi a soffrire saranno loro.  
Ma cosa vuol dire questa parola che è entrata improvvisamente nel nostro lessico quotidiano uscendo dal fitto della giungla del linguaggio specialistico  della finanza e dell'economia al seguito di altre parole dal suono e dal significato non meno sinistro: rating, subprime e default, tutte con il loro corteggio di oscuri accompagnatori che hanno il nome da impresari da circo e di pompe funebri visto che si chiamano Moody's e Standard & Poor's?
Nel mio inglese, che più che un inglese è uno slang americano d'accatto, "spréd" (scritto spread, naturalmente ma io questa parola non l'ho mai scritta) vale, come credo valga per tutti gli anglofoni, 'estensione, allungamento, ampiezza'. Nel campus, a New York, la usavamo pure per indicare un ricco pasto, una mangiata di quelle che vanno per le lunghe e fanno aumentare la circonferenza della pancia. E "spread" (leggi spréd, naturalmente), nella lingua colloquiale, significa anche, per l'appunto, 'pancia, pancetta': non  a caso Spréd è il soprannome che davamo a Tony che aveva messo su un bel giro vita. Altri tempi.
Altri tempi se non altro perché, con gli anni, della nostra paroletta si sono impadroniti - negli Usa già negli anni Cinquanta, da noi, in Italia a partire dal 1981, anno della prima apparizione della parola sulla nostra stampa specialistica - i banchieri, i finanzieri e gli speculatori: persone tutte che, non avendo molta creatività in campo linguistico mentre in campo finanziario ne hanno persino troppa, e si è visto con quali risultati, non inventano mai parole nuove, come fanno invece i pubblicitari e gli informatici, ma si limitano a riciclare parole già esistenti estendendone il significato, anche a costo di violentarle. Così "spread" ha cominciato a essere usata sempre più spesso in senso economico e finanziario: dapprima nel senso di 'utile lordo' e di 'interesse bancario', poi in quello di 'differenza tra prezzo di costo e prezzo di vendita' e, infine, più in generale, di 'scarto tra due valori', che è  il significato che ci interessa questa estate: il significato di scarto, divario, forbice, di differenza di valore, in particolare  di differenza di valore tra i rendimenti dei Btp e i Bund: tra i nostri titoli di stato, che sono quelli che sono con l'economia, i politici, i tangentisti, i donverzisti, i piquattristi, i ladri, i falsi invalidi, gli assessori scassagiunte o festaioli che ci ritroviamo, e quelli tedeschi che, come tutte le cose tedesche fin dai tempi della mia nonna Pina, chissà perché, paiono più "solidi" dei nostri fin dal nome: Bund. Più solidi e affidabili, al punto che vengono utilizzati come punti di riferimento per valutare il valore reale e la solvibilità dei titoli di stato delle altre nazioni.
Ovviamente, spaventato da come stanno andando le cose, negli ultimi giorni, come tutti quelli che vedono i loro risparmi in pericolo, mi sono letto attentamente il Sole 24 Ore e le pagine economiche del Corriere della Sera, della Repubblica e della Provincia. Non ci ho capito molto, ma abbastanza per avere la precisa sensazione che lo spread è qualcosa di estremamente preoccupante. Non preso in sé per sé, che pure non è una bella cosa, ma per quello che significa: perché è il segno - un segno quantificabile e misurabile - di un marasma economico che prima o poi tracimerà dall'ambito ristretto dei titoli di stato e butterà per aria l'intero sistema economico, sociale e politico, e perché la differenza tra Bpt e Bund in realtà è la differenza di credibilità sui mercati internazionali tra l'economia italiana e l'economia tedesca, tra l'Italia e la Germania, tra gli italiani e i tedeschi, tra il governo Berlusconi e il governo Merkel, tra il potere di acquisto dei miei euro e quelli del mio amico Kurt e, in ultima analisi, tra me e la bella Gerta, la quale da qualche tempo a questa parte, non so se per ridere o per via di una sua teutonica preveggenza, generosamente  mi offre ospitalità nella sua casa di Berlino nel caso che le banche mi buttino fuori dalla mia.
Che il nostro sistema economico non stia tanto bene lo sappiamo già da tempo. Ha la febbre e i lo spread è il termometro che gliela misura. Gliela misuri in percentuale, gliela misuri in punti base, il risultato è che le cose vanno male, e più la febbre - lo spread - sale, più male vanno. Tre mesi fa, lo scarto tra noi e la Germania era di 60 punti, ieri volava sopra i 400 e domani chissà. Una controprova? I nostri Btp decennali solo un mese fa rendevano tra il 3 e il 4%, oggi sono tra il 6 e il 7 e non è una bella cosa; i Bund tedeschi, invece, sono là ben saldi ancorati al 2,70%, e Frau Merkel per prima si sbarazza dei Btp che ha nelle sue riserve.
Che fare, dunque, con lo spread che avanza a passi da gigante? Emigrare? Inutile perché lo spread mi seguirebbe minaccioso dappertutto, tranne forse in Svizzera, dove però Bignasca non mi vuole. Lavorare di più? Non potrei. Spendere di meno? Meno di così?  E allora? Allora, per adesso, questa estate mi conviene fare quello che noi tutti facciamo da tanto tempo: pazientare. Così tra i tanti guai che ho, tra il pensiero che non so ancora se la duchessa di Cambridge è incinta o non è incinta e il pensiero che Simona Ventura migra su Sky, ho anche il guaio e il pensiero dello spread. Anzi, a pensarci bene, questa estate vivo con lo spread: spread a colazione con il giornale radio delle sette, spread con il taxista che mi porta a spasso, spread con i quotidiani, spread con la signora delle pulizie, spread con Valentina che, da quando, anni fa, le ho fatto guadagnare qualche soldo facendole comprare e vendere  azioni Mondadori, mi considera un mago della finanza, spread con il sito del Corriere, spread a cena con il telegiornale delle venti, con il contorno di taglio del rating della Grecia e del Portogallo e di default degli Stati Uniti, e per chiudere, prima di dormire, spread con uno spritz che mi concilia il sonno.
Ma poi me lo sogno anche la notte, lo spread. Non perché abbia chissà quali capitali da difendere dalla sua voracità, ma perché, come c'era da aspettarsi, è diventato un incubo, come le idiozie televisive di Aldo, Giovanni e Giacomo, l'uccello di Del Piero, che però per fortuna è morto o è migrato, il plin plin della Chiabotto e la dentiera nuova di Piero Angela. Me lo sogno lo spread, sì me lo sogno. Me lo sogno, e lo vedo come un coccodrillo: un coccodrillo, anzi un alligatore, che se ne sta lì a pelo dell'acqua con gli occhi semichiusi, un colibrì sul cranio e le fauci che si spalancano piano ma inesorabilmente mettendo in evidenza quattro file di denti modello Resegone, fino a quando lo spread tra una sua mandibola e l'altra è così ampio che è pronto a inghiottire la prima economia nazionale in difficoltà nei paraggi: l'afferra e, zac, se la mangia pezzo a pezzo, titoli di stato, obbligazioni, borsa e tutto, e anche i miei risparmi. Poi mentre tutti accorrono per vedere cosa è successo, arrivano due ometti, Moody's e Standard & Poor's, che provvedono a eliminare la spazzatura che rimane.

Federico Roncoroni

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