Martedì 09 Agosto 2011

Erba, quanta nostalgia per la pineta che muore

Un funzionario del comune di Erba che si occupa del parco Valle Bova mi ha detto, senza tanti giri di parole, che sta partendo l'iter per tagliare la storica pineta dello Zoccolo: estensione di oltre seimila abeti  che sale fino all'Alpe del Viceré ed è, da molti decenni  luogo ameno, sereno e salubre assai caro alla gente di Erba e ai "fungiatt". Anche se già avevo letto la notizia del progetto, qualche tempo fa su La Provincia, mi si è stretto il cuore appena ho saputo che questa selva di abeti rossi (Picea abies, per i botanici) diventerà probabilmente quella legna da ardere tutta sminuzzata che va bene per le stufe moderne e di cui ci sarebbe tanta richiesta.
Sospinto più dall'emotiva reazione al dispiacere di dover assistere alla distruzione della pineta, che per pacata riflessione, assai maligno è stato il mio pensiero carico di sospetti: «Vuoi vedere che anche la pineta dello Zoccolo sarà sacrificata alle esigenze dell'industria di quel combustibile, che già ha portato dalle nostre parti altra falcidia di boschi, definita però operazione regolare?».
A trepidare per le sorti della pineta dello Zoccolo c'è anche tanta gente di Erba e dell'Alta Brianza che ama le montagne del Triangolo Lariano e le facili quanto ameno escursioni che vi si possono compiere. Tale ambascia per la pineta viene anche dai ricordi di quando eravamo ragazzi e andavamo alla Zoccolo, dal Cesarén,  a bere vino e gazzosa e poi a cercar funghi porcini tra gli aghi e i muschi, sotto l'ombra scura e profumata di resina degli abeti. Mio padre che era un grande "fungiatt" raccontava che i "ferée" (da queste parti il nome in dialetto dei porcini) dello Zoccolo, piccoli e duri come i sassi, erano i migliori per "mettere giù" sott'olio e gustare con l'antipasto del pranzo di Natale.
Secondo gli esperti però il sacrificio è doveroso, sacrosanto e quindi obbligato. Lo dice anche l'agronomo Gianfranco Gregorini, dottore in scienze forestali esperto del parco Valle Bova.
La pineta è vecchia e sta morendo da sola, come già si può osservare. Ma soprattutto è dannosa. L'Abete rosso non è autoctono. Fu messo a dimora in grande quantità grazie a una legge che ne favoriva l'immissione perché è essenza che cresce rapidamente, e in fretta fornisce legname. Però è anche facile preda di un insetti dannosi, che, soprattutto in questi ultimi anni, sono arrivati ad infestare le nostre montagne grazie anche alla facilità con cui si muovono le merci da un continente all'altro. Ecco quindi che uno in particolare, di questi micidiali insetti, un coleottero chiamato Bostrico, ha trovato comodo alloggio proprio nella corteccia dell'abete rosso che tra tutta la flora locale sarebbe il più indifeso di fronte a questo attacco che viene da lontano. La malattia che ha ormai già fatto molte vittime tra gli abeti della pineta dello Zoccolo ha messo a repentaglio anche la salute di altre essenze in particolare il castagno. Quindi dobbiamo proprio metterci il cuore in pace noi ormai "antichi ragazzi" appassionati della pineta dello Zoccolo, e delle sue amenità, anche se i "fungiatt" raccontano che qui di porcini ancora se ne trovano. Ma depistare è classico dei cercatori di funghi.
A parte questo sarà importante che, una volta tolti di mezzo gli abeti rossi, vengano posti  a dimora essenze autoctone e forti: per rinforzare il bosco. Il faggio forse sarebbe il massimo. Sarebbe bello dunque che tra qualche decennio al posto della pineta allo Zoccolo si stendesse una bella faggeta come quella che sta dietro il Bolettone che si può tutta godere percorrendo il famoso "Sentée di fò".

Emilio Magni

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