Venerdì 19 Agosto 2011

Bossi rimette la canotta
ma non placa la protesta

Ieri è rispuntata la canotta "old style" del Senatur. Il giorno di Ferragosto, da Ponte di legno, Bossi aveva evocato di nuovo la Padania anche se non era arrivato a resuscitare la secessione. Segnali diversi, ma che riportano al leader degli esordi. Salvo che la realtà che gli sta attorno, oggi, è profondamente diversa. E lui, da uomo di governo, e perno della coalizione dopo l'assorbimento e la successiva espulsione di Fini, è costretto a tenerne conto.
Ma per un capo di un movimento, a suo modo rivoluzionario, non è facile spiegare al proprio popolo che, dopo aver messo da parte la nascita della Padania, aver dimenticato da anni l'equità fiscale, varato in fretta e furia un federalismo che rischia di restare sulla carta e anzi di penalizzare i ceti medio-bassi - bacino elettorale al Nord -, ora si aumentano le tasse, sul piano nazionale quanto su quello locale. Per di più ritrovandosi a dover ringraziare la vituperata - dalla Lega - Europa dei banchieri.
Ed ecco il brusco risveglio del Senatur: il giorno di Ferragosto non era una folla oceanica quella che ha assistito, tra l'altro, alle invettive contro Brunetta, e l'altra sera un comizio più o meno ufficiale nelle vallate venete del Cadore è saltato per i timori di contestazioni  casalinghe. Proteste che però si sono fatte sentire, fatto inedito, ieri con militanti autonomisti che gridavano, insieme al Pd, contro quello che è - o è stato - l'alfiere del motto «padroni in casa nostra».
Basta ascoltare Radio Padania per farsi un'idea del clima torrido che da mesi scalda la base della Lega. L'insofferenza per Berlusconi, la sua politica, tra i militanti ormai è a livelli stratosferici e anche la simpatia per Tremonti non è più salda come un tempo. Non bastasse, il recente voto amministrativo ha visto il Carroccio arretrare, senza neppure intercettare i voti in uscita dal Pdl.
Altro segnale la stessa Pontida dove il popolo leghista ha manifestato la sua simpatia per il ministro degli Interni, Roberto Maroni. Maroni che, tra l'altro, proprio il 15 agosto ha detto la sua sulla manovra non nascondendo gli accenti un po' diversi rispetto al verbo del Senatur, a cominciare da una certa apertura alla patrimoniale e contro i tagli agli enti locali.
Dal voto di maggio al comizio saltato, il Senatur ormai dà l'impressione di non saper più intercettare il suo popolo (come conferma in un colloquio riportato nelle pagine interne, un suo amico varesino, l'onorevole Daniele Marantelli), cosa che invece sembra riuscire molto meglio a uno dei suoi delfini, il ministro degli Interni appunto. Secondo Oscar Giannino, nell'intervista resa a questo giornale l'altro ieri, Bossi fa ormai riferimento a un blocco sociale contrario a riforme strutturali che invece, a giudizio dell'economista dovrebbero essere la stella polare del centrodestra. E con il leader leghista sembra accompagnarsi in questa discesa anche il ministro del Tesoro, il cui rapporto con il premier, il Pdl e buona parte del Paese soprattutto nella sua componente produttiva, pare giunto al capolinea. A tentare di salvarlo, in un'operazione di mutuo soccorso, in questo momento è solo Bossi: «Tremonti si sente sicuro quando ci siamo noi, non si sente abbandonato in mezzo ai lupi». Una dichiarazione imbarazzante per due ministri,  imbarazzante per un governo chiamato a fronteggiare la peggior crisi del dopoguerra e a inviare chiari segnali di solidità a chi deve acquistare i titoli per finanziare il nostro debito. Una dichiarazione da assediati. E forse da ex leader.
Umberto Montin

Umberto Montin

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