Giovedì 15 Settembre 2011

Bonatti, l'Ulisse
del nostro tempo

La verità qualche volta può raccontarla persino una ruota di scorta. Su quella del furgone con il quale negli anni Novanta girava a caccia di pareti,  Steve House aveva dipinto tre parole: Bonatti is god, Bonatti è dio. Il credo di un ragazzo americano che sarebbe diventato un gigante della scena alpinistica internazionale. Un comandamento laico e non blasfemo, che faceva di un nome un manifesto e perciò un programma di vita, di un'anagrafe una mitologia con i piedi ben piantati sulla roccia. Viveva all'altro capo del mondo, House, non aveva mai visto le Alpi, non era nato quando il suo eroe italiano firmava l'ultima impresa, eppure sentiva il bisogno di gridare la sua venerazione.
Sapeva fare questo, Walter Bonatti: incendiava la fantasia, evocava ovunque giorni grandiosi, con la sua fama incarnava anche per la gente comune l'uomo d'avventura che non si pone limiti, perché nel cercare di superarli esplora se stesso e dunque si conosce, e proprio in quello slancio si identifica. Continuerà a farlo anche ora che se ne è andato all'improvviso. Il destino delle vere leggende, del resto, è sopravvivere a chi le ha ispirate e incarnate. E a Bonatti, scalatore straordinario che più volte ha confessato il bisogno di credere che aver vissuto sia servito a qualcosa, certo non dispiacerà questo "dopo" di azioni, parole e pensieri che non saranno sepolti con lui.
Ce ne lascia uno zaino pieno, straboccante. Non l'avrebbe mai pensato, il ragazzo nato a Bergamo e cresciuto a Monza, ginnasta che scoprì in Grigna la sua vera vocazione. L'amico che lo portò a scalare per la prima volta si bloccò su un passaggio del Campaniletto. Gli disse: prova tu. Lui ce la fece, naturalmente, e quel giorno diventò la metafora della sua vita in parete, perché riuscire dove gli altri si arrendevano sarebbe diventata la sua specialità nella stagione delle imprese memorabili. Il Grand Capucin, il pilastro del Dru, il Cerro Torre tentato con il lecchese Carlo Mauri poi suo compagno sul G4. Infine, l'incredibile via aperta in solitaria invernale sulla Nord del Cervino nel 1965. Infine, perché cosa poteva essere fatto di più? Un abbandono dell'alpinismo clamoroso, a soli 35 anni, reso più convinto dalle troppe amarezze patite per le accuse assurde seguite al K2 (senza le bombole da lui portate, Lacedelli e Compagnoni non sarebbero arrivati in cima) e al dramma del Pilone del Fréney. 
E dopo le scalate estreme, l'esplorazione e l'avventura nei luoghi più selvaggi del pianeta, e gli straordinari reportage in anni in cui Bonatti non fu solo l'inviato di "Epoca" ma di tutti gli italiani, in coda all'edicola per i suoi racconti, le sue foto, per il faccia a faccia con emozioni in qualche modo da meritare con l'attesa, in una stagione in cui i tempi della comunicazione erano ancora lenti, romantici, a misura di passo e di cuore. Una seconda vita all'altezza della prima, per quanto sembrasse impossibile. Due metà saldate in un capolavoro che resta, memorabile in sé e per la fascinazione che ha generato.
Ora Walter tornerà sotto la Grigna per l'ultimo viaggio, dopo avere scelto di vivere a Dubino, in Valtellina. Era Ulisse, era Zorro, era l'Uomo Ragno, era Capitano Nemo e anche Blade Runner, perché aveva visto cose che noi umani neppure sapremmo immaginare. Che fortuna e che gioia averlo incontrato e amato. E quante montagne potremmo scalare, nei giorni di bufera che viviamo, se il suo esempio ispirasse le cordate del nostro quotidiano: dare il massimo, darlo sempre, con rigore e intransigenza, senza cercare alibi o scorciatoie.
Giorgio Spreafico

Giorgio Spreafico

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