Lunedì 19 Settembre 2011

Qui Usa, dove i ricchi non piangono

C'è qualcosa di sorprendente nell'iniziativa condotta da vari multimilionari statunitensi in favore di un prelievo straordinario sui redditi più alti. A prima vista la cosa può ricordare certi dibattiti italiani, dato che anche da noi talune personalità tra le più note dell'imprenditoria hanno suggerito un super-prelievo fiscale a danno dei ceti più abbienti. Le situazioni, però, sono simili solo in apparenza.
Le prese di posizione di Warren Buffett o di Bill Gates, per citare solo due tra quanti negli Usa si sono schierati a favore di una patrimoniale, hanno ben poco a che fare con il nostro dibattito pubblico, il più delle volte dominato da calcoli politici. In Italia quanti propongono imposte straordinarie a loro carico sembrano più che altro voler investire nel proprio prestigio personale: l'idea è di conquistare un credito presso l'opinione pubblica, magari da incassare successivamente in termini elettorali. In America, per giunta, è assente ogni volontà di penalizzare chi ha avuto successo. Nessuno pensa che «anche i ricchi debbano piangere», né si ritiene utile e opportuno ostacolare quanti hanno accumulato notevoli patrimoni. Non avendo conosciuto il socialismo, gli americani considerano la società capitalistica come il loro orizzonte naturale, convinti che l'economia di mercato dia a chiunque la possibilità di avere successo e che questa apertura, alla fine, giovi a tutti.
Su cosa poggia, allora, l'idea americana di una super-tassa sulle principali ricchezze e, soprattutto, per quale motivo tale proposta è stata avanzata proprio da notissimi tycoon? La ragione sta nel fatto che quanti hanno avuto fortuna ritengono di avere ottenuto tutto ciò grazie al contributo dell'intera comunità. In fondo, nella società americana - in cui può capitare che grandi imprese siano nate nel garage di casa (come fu il caso della Apple di Steve Jobs) - ogni magnate sa che molto di ciò che ha realizzato non l'avrebbe potuto fare altrove.
Detto questo, è difficile credere che un eventuale salasso a danno dei più ricchi tra gli americani potrà rilanciare l'economia di quel Paese. Sono anzi in numerosi a ritenere che un ulteriore trasferimento di risorse dal settore privato a quello pubblico frenerebbe ulteriormente un'economia statunitense già in difficoltà, alle prese con una disoccupazione alle stelle. Ma questo è ancor più vero se pensiamo all'Italia, dove è chiaro che il problema fondamentale non sta nell'accrescere le entrate, ma nel ridurre le uscite. Quello di cui c'è bisogno è soprattutto un taglio delle spese, che modifichi in maniera strutturale il bilancio pubblico e riduca la presenza dello Stato nell'economia. La pressione fiscale italiana è già troppo alta e aggiungere imposte e imposte sarebbe più che dannoso.
Piuttosto bisogna chiedersi come mai, in America, chi ha successo ritiene di avere realizzato tutto ciò anche grazie al contesto sociale in cui lo ha realizzato, mentre in Italia ogni impresa nasce e cresce "nonostante" lo Stato italiano, e non grazie ad esso. Intervenire su questa situazione, creando anche da noi un contesto più favorevole a chi lavora, è ormai divenuta la principale delle priorità.

Carlo Lottieri

Carlo Lottieri

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