Giovedì 29 Settembre 2011

Como: adesso basta
piangersi addosso

Le reiterate proteste sullo stato in cui si trova Como non bastano, bisogna rimboccarsi le maniche, d'accordo con l'invito a non piangersi addosso. Ma non vorrei che a titolo di consolazione ci si limitasse a rievocare il passato, con l'inevitabile rischio di edulcorarlo. I nostalgici, gli oraziani "laudatores temporis acti" in cui ci siamo imbattuti fin dai banchi di liceo, non fanno altro che vagheggiare nostalgicamente la propria giovinezza. Il loro torto è quasi sempre di mantenere lo sguardo che avevano allora e di proporre impossibili paragoni tra passato e presente.
Sarà il fatto che con gli anni ho perso qualche illusione e lo sguardo si è smagato. Ma, a ripensarci,  la Como della mia giovinezza non era per niente un eden dove tutto funzionava alla perfezione. Ricordo una città uscita dalle strettoie della guerra senza danni visibili alle cose ma con un fardello di odio e rancore nelle coscienze dopo tanti scontri fratricidi. E l'odio, si sa, è difficile da cancellare, può trasformarsi facilmente in sospettosa cautela nei rapporti con gli altri. Ho in mente una città che si portava dietro un piano regolatore destinato a ingabbiarla in una dimensione ridotta, inevitabilmente destinato a frantumarsi in tante deroghe, tanti coriandoli di territorio costruito,  per consentire di ampliarsi secondo le esigenze di una crescente urbanizzazione. Un difetto d'origine che ha prodotto non pochi eccessi di cementizzazione, fino ad oggi: a prescindere dal centro storico, protetto da un provvidenziale ombrello protettivo. E soprattutto ho ben presente una città rinchiusa in se stessa, cocciutamente misoneista, che rifiutava un futuro diverso da quello della "piccola città" definita "vecchia bambina" in una spietata canzone di Guccini. Che declinò, per esempio, l'offerta di ospitare il Cern (nientemeno, sicuro), squittendo in una storica seduta del consiglio comunale che se avessimo consentito di accettare fra noi i laboratori della Nuclear Research saremmo stati invasi da torme di velenose spie e crudeli terroristi.
Certo, nel corso del tempo abbiamo potuto contare sulle opere di sindaci illuminati, di amministratori capaci, abbiamo scavalcato con una certa disinvoltura  i periodi più neri, le minacce degli anni di piombo e il tornado di Mani Pulite. Però le decisioni di chi doveva amministrare venivano accettate senza troppo interesse dagli amministrati, indifferenti alle camarille di partito. Gli eletti, negli enti pubblici, avevano la delega, che si arrangiassero. Compreso quelli seduti tuttora a Palazzo Cernezzi, che non mi risulta siano stati paracadutati da Marte. La gente aveva altro da pensare, ciascuno in casa propria.
Fino ad oggi. Qualcosa sta cambiando, infatti. Il pasticcio delle paratie e del deserto dell'ex Ticosa è servito a qualcosa: ai cittadini hanno pestato i calli, si sono svegliati. Ed hanno capito che questa città, imbrattata e costellata di buche, è la loro.
Prendetemi pure per pazzo, ma non vedo un regresso, rispetto al passato, quantomeno per l'anima di Como. La gente mi pare più consapevole e sensibile, abbiamo acquisito nuove splendide sedi d'incontro come la villa del Grumello, stiamo gestendo efficacemente il parco archeologico della Spina Verde. Persino le passeggiate tormentate dalle inconcluse paratie e lo spazio fortunatamente non ancora occupato dell'ex Ticosa sono una risorsa tutta ancora da giocare. Chi parla di tramonto con un cipiglio alla Spengler, il lugubre profeta dell'eclisse dell'Occidente,  non tiene conto che i comaschi non dormono più. E si fidano molto meno di quanti saranno incaricati di scegliere per loro.
Alberto Longatti

Alberto Longatti

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