Martedì 11 Ottobre 2011

La pazienza finita della base leghista

Sarebbe riduttivo inquadrare il "caso Canton", cioè l'elezione del segretario provinciale varesino della Lega diventata occasione per una clamorosa contestazione della base a Umberto Bossi, come una sfida personalistica tra Cerchi Magici e Maroniani.
Le correnti, quelle vere, sono esistite fino al 1992, quando i partiti erano dei contenitori, primo fra tutti lo scudocrociato. La Dc riassumeva, ad esempio, tutte le anime degli italiani. Oggi questi "involucri" non ci sono più, e la stessa Lega Nord vive nel nome di una sola persona: il Senatur. Quando non ci sarà più lui, anche per il movimento padano comincerà un'altra storia politica.
Ecco perché vediamo nelle ultime vicende solo la sponda che ha fatto emergere il vero dilemma politico che affligge la "base" leghista, non solo nella sua culla ma lungo tutta la sponda del Po: se stare e come, al governo. E' la domanda, che sale dal territorio, posta all'amministratore-militante che ogni giorno incontra il cittadino-elettore in municipio, per strada, al bar o nel negozio del paese. A un sindaco, un assessore, un segretario di sezione del Carroccio viene poi chiesto: ma il Federalismo quando arriva?
Intanto ci sono i tagli alle risorse degli enti locali, cioè a quel territorio che ha dato la spinta alla nascita e alla crescita della Lega, fin dal 1979 quando Bossi e Maroni di notte attaccavano  i manifesti e dipingevano gli slogan autonomisti.
Ecco, il territorio si chiede e chiede al suo movimento una risposta, meglio una svolta dentro il Governo Berlusconi. La risposta non è però dietro l'angolo, perché l Federalismo fiscale ha bisogno di almeno un paio d'anni per dimostrare che la riforma ha finalmente riequilibrato risorse e sacrifici tra nord e sud.
Una volta focalizzata l'"anima" del problema che tormenta il popolo padano, allora si può anche dibattere sulle modalità con cui si è arrivati  all'indimenticabile congresso di Varese. Ma se usciamo dalla culla leghista e andiamo in una qualsiasi altra città del nord, la prima esigenza che sale dalla "base" è come asfaltare le strade, garantire il riscaldamento nelle scuole, il bus degli alunni e il taglio dell'erba. E il povero amministratore che per qualche centinaia di euro sta quasi tutti i giorni in Comune cosa può rispondere? Che c'è la crisi mondiale, che l'Unione Europea ci impone il pareggio di bilancio. Tutto vero, ma al cittadino-elettore non basta, vuole il Federalismo fiscale e, stanco di aspettare, protesta con il suo primo, e unico interlocutore: il sindaco o l'assessore o il segretario di sezione. A questo punto l'amministratore e militante leghista arriva spontaneamente a porsi la domanda: se stare, e come, al governo.
Lasciare ora Palazzo Chigi significherebbe abbandonare all'ultimo miglio una riforma inseguita fin dal 1979, non a caso anche in queste ore Umberto Bossi ha ripetuto: "I voti per il Federalismo ce li ha dati Berlusconi, mica ce li ha Scajola…". E allora si può stare, e come, al governo? Ci viene in mente una risposta, anzi quel gioco di squadra che Bossi e Maroni facevano all'inizio degli anni Novanta, uno picconava e l'altro dialogava con tutti.

Alessandro Casarin

Alessandro Casarin

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