Quei nuovi poveri sotto il tendone

Il numero dei poveri, in città, sta crescendo. Con una iniziativa che non ha precedenti, almeno da queste parti, la Croce rossa ha chiesto e ottenuto di poter installare addirittura un tendone accanto a Sant'Abbondio, dove al 31 agosto si svolge la fiera del patrono. Servirà ad assorbire, almeno per il periodo natalizio, una domanda di posto letti che ormai gli enti locali non sono più in grado di soddisfare.
Non si tratta di poveri qualunque ma di poveri "disarmati". Di gente sul lastrico senza essere attrezzata per esserlo, che all'improvviso si ritrova senza un tetto, senza un posto in cui lavarsi, senza soldi per il solito cappuccio al bar sotto casa. In questi giorni internet trabocca di storie identiche. Quella di tale Marco, per esempio, che racconta: «Scuole dell'obbligo normali, due anni di superiori e 25 anni di fabbrica. Mancanza di lavoro. Purtroppo negli ultimi quattro anni non ho avuto neanche un lavoro precario, né precario né stabile, né determinato né indeterminato: zero. Si svuota il guscio, difatti il guscio è stato svuotato, e poi all'inizio di dicembre lo schiaccianoci, ed è stato distrutto... Prima di adesso era stabile, gli anni scorsi non ho avuto nessun problema, poi c'è stato lo choc, la perdita della casa... Non ho più famiglia: ci sono solo i miei, il resto della mia famiglia non può immaginare una cosa del genere, non capirebbero... Penso di essere morto... Sì, da dicembre sono morto».
I dati diffusi ieri dal Comune di Como confermano un trend che spaventa: in città ci sono più o meno 250 persone che ogni sera cercano un piatto di pasta e un letto in cui dormire, e che spendono gran parte delle proprie giornate camminando avanti e indietro per la convalle, ché a stare fermi ci si raffredda.
Trenta di loro restano fuori, tutti i giorni, tutte le sere.
Pensare che perdere il lavoro - e lo stipendio, e la casa e la famiglia - sia un po' come schiantarsi in auto contro un muro o come contrarre un brutto male, in altre parole una di quelle cose che capitano sempre agli altri, è davvero una colossale stupidaggine. Corriamo tutti, chi più chi meno, lo stesso pericolo, sia direttamente sia indirettamente. Perché tutto questo avvitarsi tra ristrutturazioni aziendali, casse integrazione e mobilità rischia di riaprire incolmabili falle sociali, di riattizzare contrasti di cui si erano perse le tracce. C'è per esempio un numero crescente di cittadini stranieri trapiantati in Italia da anni, gente che credeva di avercela fatta, che si era spinta fino all'accensione di un mutuo, che oggi si ritrova al punto di partenza, se non più indietro, perché senza prospettive. E allora?
E allora rimbocchiamoci le mani, dimentichiamo l'uomo del benessere, quello che non capisce perché è come un animale, e proviamo a darci mano. Cominciando, magari, da una rinuncia linda, onesta e definitiva al virus della deresponsabilizzazione, un male che ci ammorba tutti quanti, contagioso più dell'Aids. Quei trenta che cercano un letto sono anche, e soprattutto, un affare nostro. E chissà che così, la crisi non passi anche un po' più in fretta.

Stefano Ferrari

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