Le liberalizzazioni non puniscono, aiutano

Il presidente del Consiglio Mario Monti è stato commissario europeo alla concorrenza. Il sottosegretario a Palazzo Chigi è l'ex presidente dell'Antitrust. L'uno e l'altro hanno spesso predicato l'importanza delle liberalizzazioni per la crescita economica. Per questo motivo, alcuni osservatori si attendevano dal nuovo governo un'accelerazione su dossier rimasti aperti, grosso modo, dai tempi delle “lenzuolate”
di Bersani. Invece la scorsa settimana ha visto il rinvio di alcune iniziative cui Monti ha riconosciuto grande importanza simbolica: l'allargamento del circuito di vendita dei farmaci su ricetta ma non rimborsabili alle parafarmacie, e un intervento sulle licenze delle autopubbliche.
Non è la prima volta che un governo non riesce a fare le liberalizzazioni. La ragione è politica: i “consumatori”, in nome dei quali si liberalizza, hanno scarso peso in democrazia, perché non riescono a mobilitarsi in gruppi sufficientemente omogenei e coesi: cosa che fanno benissimo i “produttori”. Ma produttori e consumatori non sono categorie a compartimenti stagni, né avrebbe senso che "liberalizzare" significasse solo aumentare di numero farmacie o autopubbliche. Bisogna non solo che più persone possano accedere ad una certa professione (possano aprire una farmacia, per esempio) ma che quella professione sia messa in condizione di evolversi.
Questo implica la necessità di pensare le liberalizzazioni non solo come uno strumento per abbassare i costi per i consumatori, e nemmeno come una sorta di politica "redistributiva", con cui si va ad incidere su alcune nicchie di "privilegio". Ma come un'opportunità per l'economia italiana nel suo complesso.
Attenzione: pare una questione di lana caprina ma non lo è. Se i politici continueranno a considerare le liberalizzazioni alla stregua di "punizioni" imposte a categorie sgradite, non si andrà mai da nessuna parte. Bisognerebbe spiegare anche a quei gruppi d'interesse che rappresentano istanze anti-concorrenziali che in realtà la competizione fa bene a tutti. Chi è scettico sulle virtù di un mercato aperto pensi a cosa è avvenuto ad imprese che erano artificialmente protette dalla concorrenza internazionale. Le “protezioni” hanno dato sollievo temporaneo, ma sono state pagate care: il “lusso” di non subire la concorrenza altrui ha portato a una progressiva perdita di attenzione al consumatore, di capacità innovativa, in ultima analisi di efficienza. Si pensi alla Fiat, che ha beneficiato fino agli anni novanta di dazi doganali, e che anche per questo ha avuto bisogno della non facile “cura Marchionne”.
Le liberalizzazioni servono perché l'Italia possa riprendere competitività. Le protezioni non sono solo “privilegi” che debbono suscitare la nostra indignazione morale: nel medio periodo, vanno paradossalmente a detrimento di chi ne gode. La manovra dà all'Antitrust nuovi poteri per quanto riguarda i vincoli amministrativi all'attività economica, ma c'è ancora molto da fare. Trasporto ferroviario, mercato del gas, servizi pubblici locali, poste e telecomunicazioni, assicurazione infortuni, professioni liberali sono solo alcuni dei settori che abbisognano di una forte iniezione di libertà economica. L'effetto di una loro apertura alla concorrenza non è immediato. Eppure, essa è tanto più necessaria se vogliamo davvero che questo Paese torni a crescere. Non è solo una questione di prezzi o di privilegi: è venuto il momento di costruire un'economia più dinamica e più libera.

Alberto Mingardi

© RIPRODUZIONE RISERVATA