Martedì 27 Dicembre 2011

Malati di mediocrità ma c'è quella buona

Qual è il difetto peggiore dell'odierno passaggio d'epoca? L'inconcludenza del chiacchierume politico, la sconfitta dell'economia capitalistica, la volubilità degli umori sociali, l'abbandono dei principi etici? No, è altro. Il difetto peggiore è culturale: un difetto di mentalità, di atteggiamento, d'ispirazione se vogliamo usare una parola impegnativa. Il difetto peggiore è la mediocrità.
La mediocrità è sempre esistita, come ben sappiamo. In tutti i settori e a tutti i livelli. La mediocrità accompagna la vita. Però la si può tenere a distanza, vi si può badare con efficacia, si riesce a confinarla in un'autonomia limitata. Invece oggi la mediocrità ha debordato: prevalendo nella competizione all'ingiù con altri difetti, s'è impadronita della nostra esistenza. Di molte delle nostre esistenze. La mediocrità della società politica e di quella civile, delle comunità di studio e di lavoro, dei nuclei famigliari. Riconosciamole il greve successo. In che cosa consiste l'affermazione della mediocrità? Nel trionfo dell'incompiuta, che non è il capolavoro di Schubert. Delle cose (delle scelte) fatte a metà quando va bene. Fatte appena appena, quando va male. Addirittura non fatte, quando va malissimo. La mediocrità equivale al grigiore, all'essere incerti, non capaci, inetti. Quanti esempi potremmo indicare? Un'infinità. Restringiamo il campo alla politica, che riempie i media di dichiarazioni tipo "bisogna decidere senza se e senza ma": se (appunto) c'è un campo dove al bianco e al nero non viene attestata la cittadinanza, questo è la politica. E il bianco e il nero non sono colori qualunque: sono i due colori, gli aspetti, le facce della verità. Sono il simbolo delle tante verità. Ecco dunque a dove porta la mediocrità: a negare le verità.
Quando poi ci capita di scoprirle, com'è d'un botto accaduto con i catastrofici conti dello Stato resi noti dal governo Monti, c'indigniamo. Immemori delle precedenti dimenticanze, individuali e di gruppo. Delle ipocrisie di comodo. Degli egoismi imprudenti. Dell'avversione  esteriormente taciuta e silenziosamente manifesta verso gli obblighi che, assieme ai diritti, abbiamo scelto d'imporci gli uni verso gli altri tramite il contratto sociale. La mediocrità trova il suo apogeo in questa sguaiatezza morale, che nega - dopo averli esibiti - superficialismi divenuti abitudinari, dozzinalità contrabbandate per genuino talento, amore diffuso e incontrastato nei confronti dell'insignificanza.
E' una mediocrità che si sazia di cose, di comodità, di vuoto. Non di pensieri, di progetti, d'avventura. Dello spirito positivo dell'avventura: fiducia in se stessi e nel futuro. Una mediocrità, tuttavia, scesa così in basso da prestarsi al paradosso consolatorio, ovvero alla rifondazione dell'architettura dei rapporti umani. A prestarsene, però, a un patto: che si torni ad investirla della missione assegnatale da Ovidio, riscoprendo audacemente la positività dell'aurea mediocritas. Cioè il distacco dagli eccessi, il giusto mezzo fra gli estremi, la saggezza lungimirante. Forse nell'immortale poesia latina possiamo trovare la ragione costitutiva del modernismo culturale di cui abbiamo evidente bisogno. Non è mai banale restituire all'anima la tranquillità, quando si è chiamati a navigare in acque agitate.

Max Lodi

Max Lodi

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