Sabato 07 Gennaio 2012

Le ragioni nascoste
che alzano lo spread

Per mesi si è ripetuto che la responsabilità dell'impennata dello spread fosse esclusivamente del governo Berlusconi. Con un'aggravante, nella persona dello stesso premier.
La realtà ha poi dimostrato che solo in minima parte l'ascesa del "differenziale" era di natura politica-personale. I mercati, e non la Bce, non Bruxelles, sono i veri registi di questa lunga notte dell'economia europea. Ed allora a chi va ascritta questa "piena" responsabilità visto che a Palazzo Chigi l'inquilino è cambiato, con credenziali accademiche insindacabili? A due riforme mai realizzate, esse hanno contribuito ad allargare il "buco" del debito pubblico e a causare la mancata crescita: le pensioni e l'articolo 18. Due riforme che la piazza, in primis della Cgil, hanno fatto morire nella culla dei governi di centro destra.
Ricordate l'autunno-inverno del 1994? Sergio Cofferati era da pochi mesi succeduto a Bruno Trentin, portò in piazza quasi quattro milioni di italiani. Di fronte a questa marea umana la stessa Lega Nord, fresca alleata del cavaliere si arrese. Il governo cadde, e il sistema pensionistico subì solo una leggere modifica con l'esecutivo Dini, ma i fondamentali di una riforma di stampo europeo vennero accantonati. In Italia si è così continuato a congedarsi dall'attività lavorativa ben sotto la soglia dei sessant'anni, la media Ue. E così i vari istituti previdenziali hanno continuato a erogare pensioni a cittadini con poco più di cinquantacinque anni, quando l'aspettativa di vita andava alzandosi verso gli ottant'anni. Due cifre che, da sole, spiegano per quanti decenni lo Stato dovrà ancora sborsare soldi pubblici agli (allora) neo pensionati. Eravamo nel 1994, solo nel dicembre 2011 è stata violata "quota 58 anni". Tre ore di sciopero, altro che la piazza di Cofferati. Lo spread ha potuto più di tutti i governi eletti democraticamente fino al 2008. Seconda riforma mancata, l'articolo 18. Questa era stata studiata tra il 2001 e il 2002, quando al ministero del Welfare c'erano Roberto Maroni e Maurizio Sacconi, primo collaboratore Marco Biagi. Anche in questa occasione la Cgil, con l'opposizione di centro sinistra, silurò la nuova legge portando tre milioni di italiani a protestare al Circo Massimo. Si pensò che, a quel punto, Sergio Cofferrati fosse il vero, nuovo leader della sinistra vista la sua forza contrattuale. Invece  perse, e male, il congresso dei Democratici di sinistra.
A parte questo risvolto politico, la mancata riforma dell'articolo 18 impedì alle aziende di avviare il "rischio-impresa", cioè ampliare il numero dei propri dipendenti sopra il numero "15", superata questa soglia è impossibile licenziare, con indennizzo, un lavoratore. Ma la crescita - oggi tanto invocata - passava anche da questa libertà di azione. Invece ha vinto la conservazione e, peggio ancora, il dilagare del precariato.
Diciassette anni per le nuove pensioni a dimensione europea, dieci anni per quell'articolo 18 - ancora in vigore - che ha contribuito a "strozzare" la crescita. Per quest'ultima riforma il nuovo governo ci riprova, e rispetto a dieci anni fa qualcosa sta cambiando. Fermo il niet della Cgil, da Ichino, Boeri e anche dall'ex ministro Damiano il dibattito si è aperto. Il ritardo è però epocale, la Bce lo ha scritto nella lettera di agosto, ecco dove risiede la vera responsabilità dello spread.
Alessandro Casarin

Alessandro Casarin

© riproduzione riservata

Tags