Sabato 07 Gennaio 2012

Se anche la fortuna
diventa un bisogno

Siamo in tempi di home video, perciò ai cultori delle vecchie pellicole in bianco e nero riversate in dvd non sarà sfuggito il nome di Pepito Sbazzeguti, misterioso vincitore di dieci milioni di lire al Totocalcio – e nel 1961 non eran bruscoletti – in realtà anagramma del ben noto Giuseppe Bottazzi in arte Peppone, sindaco comunista di Brescello e acerrimo rivale di don Camillo.
Per non donare una cospicua percentuale della vincita al partito, Peppone dopo aver firmato con un nome falso, si fa venire una febbre politica, ma “Don Camillo, monsignore ma non troppo”, titolo del film di Carmine Gallone, smaschera facilmente la gherminella e, in cambio della riscossione anonima del premio, costringe Peppone a far sposare il figlio in chiesa.
Era quasi un rito, allora, compilare la schedina, incollarci, a seconda dell'importo, varie strisce gommate della Sisal, e sfidarsi a inventare dei nomi con cui firmare il retro, quasi una scaramanzia per propiziarsi la vincita.
L'Italia del dopoguerra vedeva nell'invenzione di Massimo Della Pergola, cronista della “Gazzetta dello sport”, la vera alternativa al lotto, fino ad allora unica speranza di fortuna per chi giocava “pulito”, lontano dai tavoli clandestini di poker e “chemin de fer” immortalati da Piero Chiara ne “Il piatto piange”.
Se a quei tempi si tentava la sorte al prezzo di un vermouth, con trenta lire a colonna, oggi si rischiano malvolentieri cinque euro per un biglietto della Lotteria Italia, tanto da farne precipitare le vendite a meno di otto milioni di pezzi, contro i diciotto di un decennio fa e gli incredibili 31,9 del 1997.
Eppure al traguardo ci sarebbero cinque milioni di euro, è vero solo metà del guadagno annuo di Carlitos Tevez, il nuovo oggetto del desiderio calcistico di sceicchi arabi e italiani, ma pur sempre una bella sommetta per i nostri portafogli agonizzanti.
I soldi in tasca sono sempre meno, quindi conviene puntare al massimo, investire gli spicci nel Superenalotto, che se va bene il colpo con un centinaio di milioni ci si potrebbe permettere due Pato o mezzo Messi, visto che ormai i termini di paragone per cifre fantascientifiche sono soltanto i calciatori, protagonisti di un mondo fuori controllo.
Ormai giocare è diventato un consumo primario, perché perdere tempo prezioso a compilare una schedina – oggi non più un piacere ma quasi un'operazione di alta enigmistica – con basse o nulle possibilità di vincita, quando in trenta secondi si possono avere seimila euro al mese vita natural durante grattando secco il “Turista per sempre”?
Sembra preistoria quando la pubblicità invitava gli italiani a darsi metaforicamente all'ippica e giocare al Totip, soppresso nel 2007, dove si vinceva «anche col dieci!» (ce n'era sì e no per un fine settimana con la fidanzata, ufficiale o meno) o ancor peggio all'Enalotto, misterioso concorso a premi legato alle estrazioni del lotto di cui forse nemmeno Fantozzi ci capì mai qualcosa.
Oggi entriamo in tabaccherie succursali della festa di Piedigrotta, invase da tagliandi appesi come ex-voto, e grattiamo con la stessa grazia che si userebbe per sfarfallare il tartufo, dopo aver già scommesso on line su un risultato del campionato uzbeko, visitato tre o quattro sale bingo e puntato su un cavallo in Francia, dal nome che ricorda vagamente quello del primo amore. E se va male, non rimane che il poker on line, ultima spiaggia domestica, come pare risulti dai sondaggi, della mai doma “casalinga di Voghera”.
Mario Chiodetti

Mario Chiodetti

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