Martedì 10 Gennaio 2012

Sotto quella torre
l'Italia alza la testa

Milano, Stazione Centrale, binario 21. Sulla torrefaro, Carmine, Oliviero e Beppe. Tre lavoratori che da più di un mese stanno venti metri verso il cielo, gridando al mondo la loro protesta. Trenitalia ha deciso di abolire i convogli notturni, quelli che da nord viaggiavano verso il sud, attraversando il buio. E loro, come altre decine di lavoratori, sono rimasti senza stipendio. E' stato così che hanno deciso una protesta estrema; sono saliti su quella torre il 9 dicembre e non ne sono più scesi.
La soppressione dei convogli notturni fa parte di una precisa scelta; favorire i viaggi di lusso, i Frecciarossa, per capirci. A discapito di tutto. A discapito anche del buon gusto. E' di qualche giorno lo scivolone con relativa polemica che ha coinvolto Trenitalia. La pubblicità del Frecciarossa, riportava l'elogio delle quattro classi: Executive, Business, Premium e Standard.
Nella sala riunioni della Executive venivano ritratti manager al lavoro, nella Premium una coppia servita da una sorridente cameriera. E nella Standard? Nella classe per i poveracci, una famiglia di immigrati. Apriti cielo; polemiche e modifica immediata della pubblicità.
Ma lo scivolone resta. In fondo la classe Standard è quella destinata a chi volentieri viaggiava sui convogli notturni e che oggi è magari costretta a salire sul Frecciarossa, con divieto comunque imposto da Trenitalia, di accedere alle carrozze di classe superiore.
Intanto Carmine, Oliviero e Beppe, continuano la loro civile protesta. E non sono soli. Lo spettacolo che si palesa al binario 21 è di quelli che fanno spalancare gli occhi. Sotto la torre c'è un popolo di persone che passa e lascia un segno. C'è chi porta cibo, chi lascia del soldi. Chi semplicemente urla di non mollare. C'è chi coordina l'arrivo delle scorte, chi prepara il caffè, chi raccoglie le firme e chi gestisce la contabilità. Le adesioni alla petizione sono ottomila, le offerte superano i 200 euro al giorno.
Dall'alto i tre resistono e osservano; quel che accade ai piedi della torre è la loro forza. E' uno spettacolo di straordinaria solidarietà. La caparbietà di tre operai che non rinunciano a sperare che qualcosa cambi e che il loro futuro non venga cancellato e un piccolo mondo che, dal loro coraggio, ha trovato lo spunto per cancellare l'indifferenza. In fondo, si potrebbe dire, che senso ha una protesta per 150 posti persi, quando c'è un intero Paese che rischia? Ma è proprio qui il punto. Se si perdesse anche la capacità di indignarsi di fronte a chi è in difficoltà, sarebbe la fine.
Il punto è che si sceglie di favorire l'Alta Velocità perché si guadagna di più. I finanziamenti vanno quasi tutti in quella direzione. Basta guardare i milioni di pendolari italiani in quali condizioni sono costretti a viaggiare; perennemente in quarta classe, quella vera, che non si pensava esistesse più, tra sporcizia e ritardi.
Intanto Carmine, Oliviero e Beppe, resistono in quei quattro metri quadrati, a venti metri da terra. Ai piedi della torre la gente passa e non guarda altrove: guarda in alto. I compagni dei tre operai si organizzano; ci sono le ricariche telefoniche da comprare e servono altre coperte e sacchi a pelo. Un'altra notte deve passare e poi un altro giorno. E' dura ma la difesa della propria dignità non ha prezzo. E' un bel segnale.
Sopra e sotto la torrefaro c'è un'Italia che non si arrende. Basta guardarla per capire che questo Paese ce la farà.
Massimo Romanò

Massimo Romanò

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