Venerdì 27 Gennaio 2012

La sconfitta
delle buste paga

Hanno perso. Le buste paga hanno perso. E non c'è bisogno delle misure austere di Mario Monti o della recessioni in cui ormai nuota l'Italia per accorgersene. La gente, i padri e le madri di famiglia, chi lavora per lo Stato o fa l'operaio o l'impiegato in un'azienda se ne sono accorti da tempo, da anni, ben prima che ieri l'Istat certificasse che gli stipendi hanno perso nella corsa con i prezzi. Una sconfitta che riporta il cedolino ai livelli del 1999: nell'anno appena concluso infatti le retribuzioni sono cresciute solo dell'1,8% rispetto a un'inflazione quasi doppia e in questo "andamento lento" hanno imitato il trend, appunto, di 12 anni fa.
La spiegazione di cosa vuol dire crisi, recessione sta in queste cifre, anzi nel dato ancora peggiore riferito solo a dicembre quando le retribuzioni orarie sono salite  dell'1,4% contro il costo della vita attestato al 3,3%. E dire che un anno prima, nel 2010 la crescita delle retribuzioni si era attestata a un +2,2%. In questo caso il dato diventa ancora più drammatico, perché la differenza - la cosiddetta forbice - è arrivata all'1,9%, il massimo addirittura dal 1995.
Alle spalle di questa contrazione drammatica, oltre ai nodi macroeconomici, balza fuori in tutta la sua drammaticità la situazione delle aziende, strette tra consumi in caduta e credito sempre più difficile.
Da qui la conseguenza che tutt'ora sono più di 4 milioni - il 31,4% del totale -  i lavoratori ancora in attesa di rinnovo contrattuale, con un'attesa salita a due anni e nove mesi. Non per tutti è andata male, lo scorso anno, visto che sono riusciti a spuntare incrementi maggiori della media alcuni comparti del privato e un paio di settori pubblici cui i partiti riservano un'attenzione superiore, come i militari e le forze dell'ordine. Mentre è andata decisamente peggio nel resto del settore pubblico con i settori scuola e ministeri che hanno visto le retribuzioni salire solo di un misero 0,2% e di uno 0,3% per chi lavora negli enti locali o nella sanità.
A questo punto lo stesso Monti si rende conto che oltre non è possibile andare: con tutta probabilità, per salvare i conti e rassicurare l'Europa e la Merkel, le tre manovre dello scorso anno avranno una ricaduta disastrosa sui consumi, non per nulla il Fondo monetario ci vede in recessione quest'anno (-2,2%) e anche il prossimo (-0,6%). Come è ben conscio che liberalizzazioni e semplificazioni burocratiche forse ci alleggeriranno la nostra vita quotidiana, ma gli effetti sulle tasche dei cittadini saranno lontane.
La questione centrale, dunque, è mettere mano ai salari e agli oneri che li gravano. Le buste paga italiane sono al 22° posto nella classifica degli stipendi dei 34 Paesi più industrializzati e, in media, nelle tasche dei dipendenti italiani entrano 4 mila euro in meno che non nel resto dei 15 Paesi dell'Eurozona. La via maestra passa per una tassazione più leggera - la nostra è al 46,9%, ma non va dimenticato che in altri Paesi  come Francia e Germania è sopra al 49% - e in aumenti legati però alla produttività, per ottenere la quale serve un Paese che riprenda a marciare. Sarà per questo che, senza troppi altri margini di manovra a disposizione nell'immediato, ieri da Monti alla Marcegaglia la parola d'ordine che torna è «ottimismo», grazie anche a un'Italia riammessa con onore nei salotti internazionali. L'unico dubbio è se basterà.
Umberto Montin

Umberto Montin

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