Lunedì 06 Febbraio 2012

L'Italia in ginocchio
per un imprevisto

Scuole chiuse, strade  e relativi autoveicoli bloccati, treni impantanati in nuvole bianche, paesi senza elettricità, città invivibili e impercorribili. E' l'inverno 2012 , un esordio che rimanda al mitico e temuto 1985.
Eppure tra cronache ansiogene e limiti effettivi, anche lontano dalle zone dove si vive la vera emergenza, sentiamo che la nostra vita è quantomeno… raffreddata. Almeno rispetto agli standard usuali.
Ecco, il punto: quanta è vera emergenza e quanto invece, si tratta, della nostra incapacità ormai cronica di far fronte a qualsiasi imprevisto sulla via della disumana esistenza corrente?
Non sopportiamo più alcun rumore extra norma, anche se siamo capaci di ridurci sull'orlo della sordità tra discoteche e iPod sparati fin dentro in condotto auricolare. Non sopportiamo gli intralci alla circolazione, sebbene non esitiamo a metterci in coda per ore e ore al fine di conquistare l'ultimo pezzo dell'hi-tech cosmico. Così non possiamo tollerare l'andamento lento imposto dalla neve e dal ghiaccio senza preoccuparci però se un tempo analogo lo trascorriamo in ufficio tra la macchinetta del caffè e i botta e risposta sincopati sui social network.
L'essenza del disagio per neve sta in queste contraddizioni casalinghe: siamo incapaci ormai di liberarci dalla frenesia del ritmare quotidiano, rinunciare alla routine per affrontare i marosi dell'imprevisto e dell'avventura  a buon mercato. La neve ci costringe a riconoscere che i tempi della natura e del mondo non sono cambiati, sono i nostri quelli che abbiamo forzato, che vorremmo spingere all'inverosimile.
E allora il manto bianco che ci attrae nel suo calmo romanticismo, ma ci fa perdere la testa quando interferisce nelle pratiche.
Non è quindi la difficoltà a farci protestare, quanto l'imprevisto, il deviare da un percorso già calcolato: figlio a scuola, viaggio verso l'ufficio, uscita dallo stesso, pranzo veloce, ritorno, nuova uscita e ultime commissioni e rientro a casa. Accidenti, il bambino è rimasto a scuola, il pullman non è passato causa neve  e bisogna andare a recuperarlo a casa della mamma caritatevole  - e dotata di gippone da città - dell'amico.
Eppure da sempre la neve e l'inverno rallentano gli uomini. Eserciti potenti sono stati abbattuti dalle tempeste bianche, il riprodursi della vita nei campi deve osservare la sosta dei mesi freddi ma non siamo disposti, neppure per un attimo, a considerare che si può far tardi al lavoro, che si deve rinunciare allo shopping, che l'uscita serale è interdetta dalla strada ostruita. E' l'irrompere dei tempi di sempre nella nostra quotidianità a scuoterci, a farci alzare la voce. Anche perché, arroganti e poco memori, pretendiamo- noi sempre interconnessi - che  sia la tecnologia a preservarci da ogni incidente (Schettino docet), sebbene sia un po' stupido non accorgersi prima che la neve davanti casa la buttano via una pala e muscoli e non Internet.
Se ciò non accade, trasformiamo l'angoscia privata in evento pubblico, collettivo, nel quale annegare l'angoscia del giorno di lavoro perduto, del figlio rimasto a casa e dell'auto, totem della mobilità a ogni costo, rimasta bloccata a un chilometro dalle mura casalinghe.
Al "che fare?" non resta che rispondere con un'operazione recupero di spazi, occasioni e tempi attuali con la consapevolezza che un ritardo, un'assenza non saranno esiziali. Neppure per l'economia, che nessuna nevicata ha spinto verso il baratro della crisi.
Umberto Montin

Umberto Montin

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