Domenica 19 Febbraio 2012

La farfalla di Belen
caduta così in basso

  Di sicuro la Vispa Teresa, la "gentil farfalletta" della filastrocca di tanti decenni fa, non avrebbe mai accettato di andare a posarsi come tatuaggio sull'inguine della diva Belen, così generosamente mostrato sullo sfolgorante  palcoscenico di Sanremo.
Le farfalle di una volta non avevano di certo ambizioni erotiche, non amavano sostituirsi alle mutandine di una signorina e andare così alla ricerca di successi facili, non aspiravano farsi illuminare dai riflettori, posare davanti alle telecamere e arrivare nelle case di tutta Italia. Quelle erano farfalle che facevano divertire le ragazzine che le rincorrevano e cantando l'ingenue filastrocca scritta da Luigi Sailer.
C'è da meravigliarsi, indignarsi, o addirittura arrabbiarsi davanti a tale confronto fra questi due lepidotteri? Forse ha veramente ragione di indignarsi il ministro Elsa Fornero, la quale, quando devono averle raccontato della performance di Belen sul palcoscenico di Sanremo, dei suoi generosissimi e svolazzanti spacchi inguinali, si è arrabbiata con la televisione «dove l'immagine della donna viene spesso svilita», in questo appoggiata dalla figlia di Bersani, come ha riferito lo stesso segretario del Pd.
Non so se qualcuno, dall'alto abbia imposto a Belen di far così ampiamente svolazzare il suo fluttuante abito, o se si sia inventato tutto lei. Comunque qualunque sia la paternità di questa esibizione, a dire che si è trattato di una volgare caduta di stile penso siano anche tutti coloro i quali, in fondo, non disprezzano, o addirittura amano le bellezze femminili.
Certo nessuno nega di apprezzare, o chiude gli occhi davanti a un bel corpo femminile generosamente mostrato. Sono già un po' avanti negli anni, ma il mio sguardo appena c'è l'occasione, si ferma ancora su "qualche curva". Però c'è esibizione  ed esibizione. Quella che fa indignare anche chi non si scandalizza proprio più per niente, è l'esibizione orchestrata appositamente per mettersi in mostra, attirare l'attenzione, quindi far parlare si sé e alla fine di tutto cercare il successo facile: basta lasciar intravedere che non porti le mutande per conquistare titoli su tutti i giornali, spot televisivi, pezzi di  telegiornali e dibattiti.
Poi la caduta di stile è stata così evidente da farmi ricordare che quel numero lì delle mutandine («le ho, non le ho») non è certamente una novità, o una inedita botta di fantasia erotica. Era  un classico dei più squinternati e poveri avanspettacoli, e delle riviste, che, negli anni Cinquanta e Sessanta  facevano divertire le popolari platee del Politeama a Como: il lunedì pomeriggio sul tardi e la sera quando sala e palchi  erano sempre assai gremiti. Solo che  quelle "ragazze" così generose nel farsi "guardare sotto",  non erano così belle e sofisticate come Belen e la Canalis, ma, poverette, grondavano di cellulite, avevano quasi tutte il sedere basso e le calze a rete con le smagliature.
Il batterista dell'orchestra, poi, non arrivava mai in tempo  giusto sulla battuta del presentatore. E in platea si alzava qualche fischio. Ma il pubblico era sempre generoso nel perdonare e nell'applauso. Sapeva, il pubblico, che quelle ragazze sul palcoscenico si esibivano, in fondo, per sbarcare il lunario, mangiare due volte al giorno e magari pure  allevare qualche figlio. Erano meno banali e non godevano certamente del successo e dei guadagni di Belen.
Emilio Magni

Emilio Magni

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