Giovedì 01 Marzo 2012

L'illusione di morire
in divisa lumbard

  Ci si arrovella tanto a scovare motivi per accettare la morte o, almeno, per rassegnarvisi. Non ne vale la pena. Esiste, infatti, uno stratagemma semplice e a portata di mano: morire da leghisti. Sì, hai capito, caro lettore, da leghisti, cioè da iscritti al partito di Umberto Bossi. Mi chiedi cosa c'entra? Ma certo che c'entra.
La notizia è di questi giorni «Molti militanti del Carroccio hanno lasciato scritto nelle loro ultime volontà di essere sepolti con la camicia verde. Una scelta che ha colpito il leader leghista Umberto Bossi che ieri sulla Padania ha lanciato un messaggio alle famiglie di questi militanti per conoscere i nomi di chi ha voluto lasciare questa terra indossando il simbolo leghista». La Padania, diligentemente, pubblica l'indirizzo del senatur presso la sede della Lega in via Bellerio a Milano. La notizia ci mancava. Ma, a essere sinceri, non appare subito così stravagante. In effetti molta gente si porta appresso da morto qualcosa di quello che usava da vivo, le sue cose, alcune delle sue cose. Tutti hanno visto la cassa del nonno con i disegni dei nipotini o la bara del ragazzo con i segni delle sue passioni sportive. Ma in questi casi sono gli oggetti della vita personale del defunto, le reliquie degli affetti ha vissuto.
Nel caso dei militanti leghisti, invece, è il segno del partito. Non qualcosa di proprio, dunque, ma qualcosa d'altro che viene considerato talmente «proprio» da diventare il vestito con cui passare all'altro mondo.
Intanto va detto che tutti questi segni della vita messi accanto al morto hanno qualcosa di drammaticamente patetico. Si dice molto di quello che c'era: la vita. Ma non si riesce a dire nulla di quello che c'è: la morte. E tanto meno si riesce a dire qualcosa di quello che ci sarà o che ci potrebbe essere: la vita «dopo». E non ci accorge che più si parla di quello che c'era e più dovrebbe diventare evidente che non c'è più, che non esiste più nulla di quello che si mette nella cassa o che ci si mette addosso per ricordare. Le molte cose di prima stridono con il nulla di adesso.
Tutto questo esplode quando il «prima» che il morto vuole ricordare è il partito, la Lega. La mia vita personale con la morte è finita, figurarsi quella politica. Non riesco a portarmi dietro i miei affetti, figurarsi le mie lotte politiche. In altre parole: esiste una distanza enorme fra l'evento personalissimo della morte e gli eventi pubblici di un partito e di una intera società. In fondo, polemicamente, si potrebbe chiedere: che cosa sa Bossi della mia morte? Nulla perché la mia morte è solo mia.
Come, d'altra parte, io non possono dire nulla della sua morte, perché è solo sua. Anzi, a essere più precisi, non si riesce a dire nulla della morte perché non ci appartiene mai, neanche quando siamo noi a morire perché la morte è l'espropriazione finale. Possiamo parlare della morte, ma è sempre quella degli altri. Ma allora che senso ha morire con la camicia verde? È triste dirlo, ma mi pare che sia soltanto l'ultima illusione. L'illusione di stringerci addosso qualcosa che, in realtà, non ci appartiene più, un partito politico che, per essere sinceri, non ci apparteneva neppure prima, quando si era in vita. Ci si illudeva prima, ci si illude ancora di più dopo.
Resta una piccola domanda: come mai tutto questo avviene con la Lega? Ha risposto il profeta Umberto da Cassago Magnano: la Lega è una fede, ha detto sulla Padania. Una fede? Ma se Umberto Bossi non sa nulla della mia morte, che cosa sa di tutto quello che di più profondo ho vissuto prima: il dolore, la malattia, l'amicizia, l'innamoramento, la nascita di un figlio? Di tutto questo Bossi non sa nulla. O, se sa qualcosa, lo sa per sé e non per me, può parlare, se ci riesce, di quello che è capitato a lui e non di quello che è capitato a me.
Senza dire poi che l'unica fede degna di quel nome è quella che di fronte alla fine sa dirmi qualche cosa che non finisce. La fede seria è quella che sa pronunciare una parola sensata sulla morte. Altrimenti è un imbroglio. In camicia verde. Ma sempre di imbroglio si tratta.
Alberto Carrara

Alberto Carrara

© riproduzione riservata

Tags