Venerdì 23 Marzo 2012

Confindustria: Squinzi
cominci a ricucire

Quanto aspra sia stata la battaglia per la presidenza di Confindustria è evidente dalle dichiarazioni di suoi esponenti di primo piano, Luca di Montezemolo e Luigi Abete per esempio, che negano che la vittoria di strettissima misura di Giorgio Squinzi tradisca una «spaccatura» nel club degli imprenditori. In realtà la competizione per assicurarsi il posto di Emma Marcegaglia è stata una sfida dura, che ha visto protagonisti due grandi uomini d'azienda, il patron della Mapei e quello della Brembo, né l'uno né l'altro particolarmente vocato ad interpretare un ruolo intensamente pubblico e mediatico quale quello per cui se le sono date di santa ragione.
D'Amato, Montezemolo, Marcegaglia: siamo abituati da anni a vedere il leader degli imprenditori come un elemento decorativo di salotti televisivi. Squinzi e Bombassei hanno una dimensione più appartata, che ne riflette il carattere e le capacità. Non necessariamente un bravo imprenditore è uno showman pirotecnico. Tuttavia, da mesi ormai si godono le luci della ribalta. Confindustria è una associazione privata, per quanto importante, e che il rinnovo dei suoi vertici abbia incuriosito tanto i giornali è anomalo. Si vede, in questo, la ricerca di qualcosa che riempia il "vuoto" di politica. Nei momenti di crisi del sistema dei partiti, Confindustria ha spesso giocato una funzione di "supplenza" (nelle sedi delle sue territoriali si raccoglievano le firme per il maggioritario) e chi crede che gli schemi del passato debbano ripetersi guarda, comprensibilmente, al ceto imprenditoriale alla ricerca dei protagonisti della prossima stagione politica.
In realtà è proprio la natura ibrida della Confindustria - un po' ente che fornisce servizi, un po' "riserva di rappresentanza" per quel che resta della borghesia italiana, azionista di controllo di un quotidiano nazionale e di una primaria università - che dovrebbe indurci a riflettere sull'incompiutezza della transizione italiana.
Nei Paesi a democrazia maggioritaria, c'è "pluralismo" nell'attività lobbistica: le imprese si aggregano sulla base delle loro esigenze, e presentano le loro istanze ai decisori politici. Questo avviene ormai anche in Italia. Ma, soprattutto, troneggia Confindustria, magnifico dinosauro che dovrebbe rappresentare con una sola voce attori i cui interessi divergono: energetici e energivori, incumbent pubblici e loro concorrenti privati.
Giorgio Squinzi si troverà a dover ridefinire, in questo contesto, l'identità prima che l'attività dell'associazione che ora presiede. Dovrà cercare di ricucire uno strappo che c'è stato, e molto più profondo di quello causato dall'elezione di Antonio D'Amato.
Noi tutti intanto continuiamo a chiederci se e a che cosa serva Confindustria, assolte le sue funzioni di editore e di patron della Luiss. Se gli interessi non sarebbero meglio rappresentati, dalle sole associazioni dei singoli settori industriali, più omogenee e specializzate. Se questa eterogeneità dell'associazione industriale non renda di fatto sempre più inefficace la sua azione di pressione, che finisce vittima dei veti incrociati dei suoi grandi soci (alcuni dei quali direttamente o indirettamente controllati dal governo). Se il complesso universo delle territoriali abbia bisogno di una "casa madre" romana, lontana e costosa. Se le piccole e medie imprese possano avere voce in un circolo in cui siedono al tavolo Poste e Ferrovie. Insomma, buona fortuna a Giorgio Squinzi. Ne avrà bisogno.
Alberto Mingardi

Alberto Mingardi

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