Venerdì 13 Aprile 2012

Rimborsi, il Titanic della politica

Come hanno la faccia, lo decida il lettore. Se fosse una facezia, si tratterebbe della classica battuta Ikea, quella che ciascuno può farsi da solo. Ma la faccenda è seria e sconcertante. Che i partiti dopo i casi Lusi, Belsito con il suo codazzo della famiglia Bossi allargata, dell’antipolitica che ormai assume l’intensità e la virulenza dello tsumani, abbiano proposto una legge sui rimborsi elettorali così spudorata sembra la realtà che supera ogni possibile fantasia. Certo, vi garantiranno che così vi sarà più trasparenza, maggiori controlli, che farsi cadere nelle tasche i soldi dei cittadini sarà se non impossibile, perlomeno molto difficile. Come no. Intanto nessuno vi dirà che mentre tutti siamo chiamati a tirare la cinghia per il bene comune e perché ce lo chiede l’Europa, i politici, grazie all’accordo ABC (Alfano, Bersani e Casini) che va bene a tutti o quasi, non si sono ridotti di un centesimo i sontuosi rimborsi elettorali. Perché quando l’Europa chiede sacrifici ai cittadini questi ultimi devono scattare sull’attenti. Se invece, come ha fatto, censura il finanziamento pubblico all’italiana della politica (come ha fatto) diventiamo tutti di un altro continente. Di un altro mondo è invece l’agire di questi sempre più presunti rappresentanti del popolo. Loro si aggrappano all’articolo 49 della Costituzione, facendo rivoltare nella tomba gli estensori di quella parte della suprema legge, animati da spirito ben più nobile. Che dice l’articolo 49? Che «tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale». La seconda domanda è: gli attuali partiti sono questo e perciò giustificano le generosi elargizioni di denaro pubblico? No. I partiti, oggi, nella più benevola delle letture sono comitati elettorali. Servono soprattutto e spesso solo, a distribuire poltroni e posti giusti in lista. Nella peggiore delle ipotesi diventano comitati di affari, come dimostra il superlavoro a cui costringono la magistratura a destra come a sinistra. Qualunquismo? Forse. Ma questo è un virus che nasce ogni volta che il corpaccione della politica è debole per non dire marcio. Se lo vanno a cercare il qualunquismo e l’anti politica, con scelte come questo belletto di riforma dei rimborsi elettorali. Che non si chiamano più finanziamento pubblico perché nel 1993 un referendum popolare ne sancì l’abolizione. E dire che almeno un piccolo gesto avrebbero potuto farlo. Se è vero che degli spropositati rimborsi ricevuti ne viene spesa solo una parte e quasi tutti le forze politiche hanno un attivo da fare invidia anche alle imprese più floride del Paese, a qualcosa avrebbero potuto rinunciare. Invece no. Perché magari questi quattrini risparmiati sono finiti chissà dove. Che siano alle porte altri Belsito e Lusi? A proposito, proprio ieri si è scoperto che l’ineffabile tesoriere della Margherita si è introitato 22 milioni. Ma i partiti ci tranquillizzano. Con questa riforma ci saranno le authority a vigilare sulla trasparenza. Anzi, ci sarebbero state perché la legge si è subito incagliata. Già le authority: quegli organismi che avrebbero dovuto vigilare sulle telecomunicazioni e sui servizi per garantire pari opportunità e tariffe vantaggiose grazie alla concorrenza. Ah, ah, ah. Poi chi nomina le authority? La politica. La verità è che i partiti hanno deciso di celebrare il centenario del Titanic. L’iceberg è vicino, ma loro continuano a festeggiare. Il problema è che paghiamo noi. Francesco Angelini

Francesco Angelini

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