Martedì 15 Maggio 2012

La difficile missione
europea di Monti

Da Mario Monti la «strana maggioranza» si aspetta qualche risultato concreto di respiro internazionale. Nel giro di pochi giorni, tra Ecofin e G8, il premier avrà modo di confrontarsi con i grandi della Terra.
Faccia valere il suo prestigio di tecnico prestato alla politica e la sua capacità di essere ascoltato, dice ad esempio Roberto Formigoni interpretando lo stato d'animo del Pdl. Ma anche Pier Luigi Bersani, alla luce del messaggio inviato dall'opinione pubblica tedesca ad Angela Merkel, pensa che il Professore debba tentare di far invertire la rotta alla Germania. In Europa c'è un vento di tempesta che difficilmente la Cancelliera germanica potrà ignorare. Francois Hollande si appresta a sottoporle una serie di richieste scomode che in sostanza si riassumono in una riforma del fiscal compact. È possibile la nascita di un asse tra Parigi e Roma? Può essere, ma la felpata cautela montiana suggerisce di attendere i fatti.
Intanto la Grecia è sull'orlo del crac e Fabrizio Cicchitto si dice stupefatto per l'assenza di qualsiasi autocritica dei ministri delle Finanze di Germania ed Austria nella gestione della crisi ellenica.
Con lo spread prossimo ai livelli del governo Berlusconi, il Pdl chiede di prendere atto che sull'economia italiana non ha pesato tanto l'effetto-Cavaliere quanto una congiuntura internazionale nella quale finora l'Italia non è riuscita ad essere protagonista. Lo potrà diventare se Monti si dimostrerà in grado di scardinare il muro tedesco contro gli eurobond? Lo si vedrà ben presto, ma l'impressione è che prima occorra prendere atto della crisi di sistema: quando il presidente della Consob Giuseppe Vegas denuncia la «dittatura dello spread», in sostanza mette sotto osservazione un sistema malato nel quale ai numeri oggettivi dell'economia si aggiunge una valutazione soggettiva (quella delle agenzie di rating) che i cittadini non intendono più accettare. Ciò crea un cortocircuito dal quale nessuno sa bene come uscire, anche con conseguenze «dracmatiche» sarebbe il caso di dire con una metafora a proposito della Grecia.
Dall'esito della missione di Monti dipende il futuro rapporto con la sua base parlamentare. In questo momento, tutto si tiene.
Il capo dello Stato è convinto che alla fine «ne verremo fuori» e il suo asse con il premier appare sempre saldo, ma la verità è che - a meno di un anno dalle elezioni politiche - un commissariamento dei partiti è impensabile. Qualche timido passo della Grande Coalizione (come la riforma del finanziamento politico) è stato compiuto. Riformare il sistema di voto è tutt'altra cosa. Si tratta di decidere se difendere o meno il bipolarismo. In altre parole se le larghe intese siano tramontate o no. E quale sistema adottare per tutelarlo.
In realtà un neobipolarismo all'italiana presupporrebbe un patto del centrodestra di cui non si vedono le basi: ci sta provando Pisanu con la proposta di un triumvirato Alfano-Casini-Fini che sa però di prima repubblica. Sullo sfondo l'ombra della Lega che si affida alla segreteria di Roberto Maroni e chiede al Pdl di far cadere il governo per resuscitare l'asse del Nord.
Quanto al centrosinistra, Bersani non sembra convinto che l'accordo con Casini sia tramontato. Ai ballottaggi si va con il patto di Vasto, ma per il futuro lo slogan è quello dell'alleanza progressisti-moderati. Sempre che basti, visto il consenso crescente del movimento di Beppe Grillo che potrebbe scompaginare tutte le carte.

Pierfrancesco Frerè

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