Lunedì 21 Maggio 2012

L'Italia
che resiste
e paga
con la vita

  l terremoto colpisce. Per fortuna non come all'Aquila nel 2009, o in Friuli nel 1976, in Irpinia nel 1980. Ma questa volta è diverso. Su sei vittime quattro erano in piena notte al posto di lavoro. Sono morti colpiti dalla sorte, non eroi, semplice gente normale.
Il Paese vive ore angosciose. Se alziamo lo sguardo dal bollettino di notizie che quotidianamente ci assilla scopriamo che l'Italia negli ultimi tempi passa da un'emergenza ad un'altra senza vedere all'orizzonte una via d'uscita. Il suicidio è diventato il simbolo di un Paese in crisi esistenziale.
La disperazione traborda perché l'impoverimento avviene con modalità veloci e inaspettate. A Roma, dice l'ultima rilevazione statistica, si iniziano a vendere gli immobili perché i possessori di reddito minimo, pensionati in testa, rinunciano alla certezza della casa per poter affrontare le spese quotidiane.
L'insicurezza sociale diventa con facilità instabilità politica. Cresce la disaffezione alla vita pubblica e al contempo si registrano attentati prima a Genova al dirigente dell'Ansaldo e poi a Brindisi in un'atmosfera che riporta ai misteri degli anni della strategia della tensione e agli attentati di mafia del 1993. E adesso le scosse telluriche in Emilia, una delle poche regioni che sino ad ieri teneva.
Eppure in questo susseguirsi di eventi calamitosi l'Italia non molla. E non lo fa con animo pugnace, peraltro estraneo al comune sentire, ma per necessità. Ed è proprio quella  parte del Paese che non fa notizia al telegiornale e che ripete le azioni quotidiane con l'ovvietà di sempre.
Sono quelli che le imposte le pagano perché vengono loro detratte direttamente dallo stipendio, che non hanno osato mettersi in proprio e quindi non vogliono rischiare, che si accontentano di una mansione loro assegnata e sono contenti quando il turno è finito.
Gente che ama il quieto vivere e per mantenerlo continua a fare le stesse cose di prima. E' refrattaria ai mutamenti e  er istinto si china in attesa che anche questa passi. E' la pancia profonda del Paese, la detestata balena che viaggia nell'ignavia politica ma lavora.
In Italia circa tre occupati su quattro risultano dipendenti, sono nei servizi, nell'industria, nell'edilizia e in agricoltura.
Nel complesso il tasso di occupazione si posiziona al 56,9%, un dato in flessione di circa due punti percentuali rispetto al periodo di avvio della crisi. Va osservato che nell'Agenda 2020 dell'Unione Europea l'obiettivo è del 75%.
Ecco, il Paese sta in piedi su questi 23 milioni di cittadini. Stride il confronto con una classe dirigente che in Italia  si identifica per lo più con la politica e che ha dovuto abdicare ai suoi compiti di governo per manifesta incapacità. Ha chiamato non a caso i tecnici che altro non sono che la proiezione di chi lavora in posti di responsabilità pubblica.
Le diete che i professori prescrivono sono dimagranti soprattutto per loro, per quelli che fanno i turni di notte e di giorno e che non possono scappare: contrariamente ad altri tutto quelli che fanno è registrato. Dall'Irpef all'Imu i primi da essere colpiti sono loro. Mugugnano, protestano ma quando si tratta di dare un giudizio sul governo non si tirano indietro e sostengono la politica del tirare la cinghia.
Il motivo? Semplice capiscono che quello che si fa a livello governativo finisce per danneggiarli in prima persona ma riconoscono all'esattore di turno quello che il politico dovrebbe avere e che in Italia spesso non ha: la buona fede. E così veniamo al punto: la vera crisi italiana è di credibilità. E' da qui che si parte, dalla gente che lavora.

Alberto Krali

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