Domenica 27 Maggio 2012

se rubano
gli onesti
tutta como
ha fallito

  Qui Robin Hood non c'entra un bel niente. Si sgomberi subito il campo da ogni equivoco: chi entra nelle case altrui per rubare o fugge dopo aver alleggerito un negozio o peggio scippa un'anziana per strada non può nascondersi dietro all'abusato slogan «rubo al ricco per dare al povero». La foresta di Sherwood e il malvagio sceriffo di Nottingham lasciamoli sereni nel loro mito stretto tra storia e leggenda, e si eviti così di commettere l'errore di trasformare un ladro in un eroe. Fatto questo, però, è impossibile non trovare del vero nelle parole del questore di Como. Dice il capo della polizia della nostra città: «Nell'ultimo periodo alcuni reati hanno avuto una recrudescenza, ma non possiamo non analizzare il dato ponendolo in relazione con il difficile momento economico e sociale, che la nostra Nazione e di riflesso la nostra provincia sta vivendo». Il riferimento è all'incremento dei furti - a Como ne viene denunciato uno ogni ora - degli scippi e delle rapine. La crisi economica, lo sbriciolamento sociale, la disperazione sarebbero il motore che spinge le persone a deragliare dalle regole della convivenza e a violare il codice penale.
Storie emblematiche, in tal senso, certo non mancano. Un padre e una madre fermati in discarica mentre rubano vestiti per bambini gettati via da altri; una mamma che si allontana dal supermercato senza pagare un etto di prosciutto e un po' di latte da portare al figlio. Difficile usare, nei loro confronti, un metro di giudizio dettato dalla freddezza delle norme. Ma si tratta comunque di casi limite che, nella marea di reati contro il patrimonio denunciati quotidianamente, restano una netta minoranza. E il motivo per cui sono una minoranza è semplice: gli onesti non rubano. Anche se sono in difficoltà. Chiedere ai nostri nonni - che la fame e la miseria le hanno toccate con mano - per conferma.
Eppure le parole del questore di Como impongono una riflessione seria. Perché se davvero alcuni vengono istigati dalla crisi a delinquere la colpa, forse, più che nelle difficoltà economiche andrebbe cercata nelle macerie di quella solidarietà sociale che cementava i rapporti di intere comunità.
Nel villaggio ci si conosceva, ci si aiutava, ci si faceva forza a vicenda. Persa, inevitabilmente, quella dimensione artigianale di società non siamo stati capaci di creare nuove forme di difesa a sostegno dei più deboli.
Ma c'è di più. Perché se è vero che nessuno ha più diritto a invocare Robin Hood, è anche vero che gli eccessi di un sistema economico ormai cronicamente malato rischiano di fornire giustificazioni soggettivamente valide ai moderni fuorilegge. Nei giorni scorsi, ad esempio, rimbalzava sui media di tutto il mondo la notizia dell'ereditiera australiana dell'acciaio che guadagna un milione di euro all'ora. Il coro dei difensori di un sistema basato esclusivamente sull'arricchimento personale potrà intonar lodi, sostenendo che, se si tratta di soldi guadagnati onestamente, nessuno dovrebbe opinare alcunché. Ma è impossibile non scorgere in una società dove, accanto alla disperazione di famiglie che non arrivano a fine mese, convivono guadagni così palesemente immorali i sintomi di una malattia che rischia di farci ripiombare nella Nottingham del Tredicesimo secolo. Sarebbe il caso di ritrovare un equilibrio e una nuova giustizia economica e sociale, prima di doverci tutti quanti rifugiare di nuovo nella foresta di Sherwood.

Paolo Moretti

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