Sabato 30 Giugno 2012

Nella festa il blackout di civiltà e buonsenso

Nel mondo ci sono zone desertiche ben più affollate dell'arido cervello dell'anonimo - speriamo per poco - folle che ha cercato di trasformare una festa in un'immane tragedia. E che ha macchiato di sangue, il sangue di una bambina, il Tricolore che per una notte l'Italia intera aveva voglia di sventolare con orgoglio e con gioia. Quanto avvenuto a Como, dove l'esultanza è stata scambiata da qualche delinquente per l'occasione propizia in cui usare una pistola, è però solo il caso più clamoroso degli eccessi che hanno condito i caroselli per la vittoria degli Azzurri. Insulti, persone colte da malore sbeffeggiate e abbandonate a se stesse da assembramenti di ululanti tifosi, bottigliate in testa, risse, carabinieri e polizia costretti a preoccuparsi di delinquenti improvvisati anziché di criminali veri. A tutto questo è stato ridotto un momento di felicità.
La folla, è risaputo, sa trasformare gli uomini in criminali senza scrupoli. Nella folla si generano belve di spietata ferocia. Ma quando la folla si dà appuntamento in piazza per condividere una gioia non ti aspetti, il giorno dopo, di ritrovarti a raccontare le sofferenze di una bambina costretta a subire un intervento chirurgico. Impossibile non dare ragione al vescovo Diego Coletti, quando - nel commentare il criminale sparo di Como - invita tutti quanti a interrogarsi «di fronte a questo non raro blackout di civiltà e di buon senso». A questa incapacità di godere di una gioia. A una tendenza sempre più diffusa di utilizzare ogni pretesto per superare i limiti. Per andare oltre al lecito. Per abbattere i confini della trasgressione.
Il vescovo parla di «sfida educativa». Di «modelli giusti per orientare la gioia». Perché «quando valori e ideali, passioni liete e di alto profilo, sani e condivisi entusiasmi sono ridotti a zero ci si può aspettare di tutto». Anche che qualcuno impugni un'arma per festeggiare.
Sembra quasi che si sia collettivamente persa la capacità di essere felici senza obbligatoriamente esagerare. Nella vita di ognuno di noi esistono un film, una colonna sonora, un personaggio che rimangono impressi. L'adolescenza di molti è stata segnata da una pellicola quale "L'Attimo fuggente". Dove un istrionico professore di lettere insegnava ai suoi alunni che «la razza umana è piena di passione» e che «la poesia, la bellezza, il romanticismo, l'amore ci tengono in vita». E che è necessario «cogliere l'attimo», per rendere straordinaria la nostra vita. La massa che ha invaso le strade delle nostre città solo per trasgredire e andare oltre ha tradito quell'attimo. Riuscendo a sfregiare, in molte piazze, ciò che ancora di puro e di bello e di valore c'è nel calcio: i sorrisi e l'entusiasmo che una vittoria sanno regalare.
C'è sicuramente qualcosa di asociale e di egoistico, oltre che di inesorabilmente «stupido», in tutto ciò. Un atteggiamento di inquietante «cinismo» - sono sempre parole del vescovo - che non poteva che sfociare in un episodio dal profondo significato simbolico. Il fatto che a far le spese della gretta violenza di una testa e di un'anima dalla quale pensieri ed emozioni hanno traslocato da tempo sia stata una bambina, non è che il profetico avvertimento di ciò che rischia di accaderci.
Perché è a questo che ci porterà l'incapacità di provare gioia: colpire a sangue il bambino che è in noi. Che è poi il nostro lato migliore.
Balotelli ci aveva regalato una vittoria entusiasmante. Ma l'Italia di ieri notte, quella in cui una bambina ha gridato di dolore, la sua partita l'ha persa. Non resta che sperare nei supplementari.

Paolo Moretti

Paolo Moretti

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