Domenica 15 Luglio 2012

Un calcio
povero
ci rende
più credibili

  I puristi lo chiamano Zeitgeist, che significa Spirito del Tempo. Si tratta del clima culturale di un'epoca, di quel vento che soffia forte sugli uomini giungendo a modellarne silenziosamente pensieri e abitudini.
 Come la letteratura, l'arte, il teatro, il cinema, anche il calcio ritrae la temperie culturale di un paese. Anche per questo il calcio non è solo un evento agonistico e si presenta come un coacervo di simboli, talora contradditori ed incoerenti, da cui tuttavia è possibile cogliere le costanti che rappresentano la scorza di una nazione di cui il calcio è una perfetta metafora. Nel gioco, la psicologia delle masse suole sempre denudarsi. Nel gioco si rivedono i vili e i coraggiosi, gli istinti hanno il sopravvento sul calcolo ed anche le piccole slealtà diventano rivelatrici.
Come negli altri paesi, anche in Italia la definizione di gioco associata al calcio è solo un vezzo lessicale perché, da tempo, il calcio è diventato altro. E' industria, marketing, un grande business. La sua portentosa capacità di creare ricchezza si fonda tuttavia su una strana osmosi con l'intero sistema economico che tutti fingono di non vedere. Infatti, dai gangli vitali del calcio passa tanto danaro, non sempre regolare. Questo danaro irrora il sistema contribuendo a conferirgli equilibrio.
Tutti governi della Repubblica hanno considerato il calcio un mondo a sé tollerandone ogni abuso: bilanci falsi, false fatturazioni, sponsorizzazioni fasulle, passaporti falsi. C'è un modo sottile, in questo paese, di fare politica fingendo di non farla. In questo senso, il calcio rappresenta il modo più efficace ed elegante, come sa bene il Cavaliere. Se nella nostra economia buona regola è quella di chiudere un occhio, nel calcio vengono chiusi tutti e due. Una vera zona franca che si giustifica per la sua intrinseca natura di bromuro sociale: "panem et circenses".
Il calcio italiano è il perfetto ritratto del nostro popolo, con tutte le sue contraddizioni, piccole e grandi. Ad esempio, non vogliamo gli immigrati ma ci piace il campionato multietnico: come dire, siamo tolleranti solo nei giorni festivi. A noi  italiani piace vincere e, soprattutto, sentirci amici dei vincitori. Ci ripaga delle nostre sconfitte quotidiane e ci restituisce la sicurezza perduta. La vittoria va sempre celebrata, in qualunque modo conseguita, inficiarne la legittimità è un'infamia inaccettabile perchè l'etica non può intaccarne l'estetica.
Oggi, però, anche il calcio vive il dramma della recessione. La cessione di Ibrahimovic e Thiago Silva rappresenta il canto del cigno di un calcio esagerato in un paese esagerato. Finisce per sempre l'epopea del berlusconismo, delle grandi vittorie e delle piazze in festa. Anche il Cavaliere si è arreso allo Spirito del Tempo. Un calcio più povero forse renderà più tristi le nostre domeniche ma di sicuro ci farà apparire più credibili davanti al mondo.

Antonio Dostuni

© riproduzione riservata

Tags