Giovedì 26 Luglio 2012

Criminali
impuniti
con la scusa
del calcio

 Il delinquente che, ammantato con i colori della sua gang, ha affrontato e terrorizzato un ragazzino di dodici anni all'esterno del Sinigaglia, non si è semplicemente limitato a strappare al giovane tifoso la sciarpa del Como, ma gli ha scippato pure quella cristallina gioia per il calcio che l'ultras non ha mai provato e mai sarà in grado di provare.
Ci risiamo. Ancora una volta un evento sportivo finisce in secondo piano. Ancora una volta una minoranza violenta e acefala rovina la festa di una maggioranza che allo stadio era andata solo per il piacere di vedere giocare al pallone. Chissà se, parlando di tolleranza zero contro i ben noti delinquenti delle curve, i politici pensavano agli effetti nulli o quasi dei loro provvedimenti. Che non sono serviti a evitare che la gioiosa serata di centinaia di famiglie comasche venisse sfregiata da un manipolo di teppisti sedicenti interisti. Che, indisturbati, hanno potuto prepararsi per giorni alla guerriglia assieme ai loro "amici" di Varese, sono stati autorizzati a salire armati di coltelli e spranghe su un treno, a raggiungere Como, e qui a bloccare la viabilità con una indegna sfilata infarcita di insulti e minacce. Infine sono pure riusciti ad aggredire a mano armata giovani, anziani, famiglie colpevoli solo di indossare i colori "sbagliati".
La domanda suona retorica, ma quando qualcuno avrà il coraggio di dire davvero stop a tutto questo? Quando si avrà la forza di prendere provvedimenti drastici contro i professionisti del crimine con la scusa del calcio?
In confronto agli hooligans inglesi degli anni ottanta i nostri teppistelli da stadio sono educande appena un po' esuberanti. Eppure in Inghilterra quel fenomeno di assurda violenza che tante, troppe vittime ha causato è stato debellato. E allo stadio, oggi, ci vanno veramente le famiglie. E non esistono cordoni di polizia in tenuta antisommossa, perché i costi della sicurezza se li sobbarcano le società di calcio e non l'intera comunità.
Nessuno auspica uno Stato di polizia. Ma il garantismo che solitamente è sinonimo di civiltà non può essere sempre confuso, in Italia, come lassismo. Scappatoia. Cavillo per farla franca.
In queste ore gli agenti della Questura stanno visionando i filmati degli scontri. E c'è da scommetterci sul fatto che sapranno riconoscere i volti di molti di quei delinquenti in trasferta. E lo sapranno fare perché sono volti noti, già visti, già conosciuti, già immortalati in altre imprese simili. Eppure sono ancora e sempre autorizzati a girare indisturbati l'Italia, coltello a serramanico in tasca e, nella loro testa desertificata, l'idea fissa di voler menar le mani .
La giustizia sportiva fa cassa, il giorno dopo le partite, con le multe comminate alle società di calcio per gli insulti dei tifosi agli arbitri o ai giocatori avversari. Ma se i presidenti delle squadre, anziché essere chiamati a pagare qualche migliaia di euro per un «vaffa» piovuto dagli spalti, venissero costretti a rispondere in prima persona dei comportamenti violenti dei loro tifosi? Quante società di calcio accetterebbero ancora di ospitare, nelle frange organizzate delle loro tifoserie, criminali abituali vogliosi solo di muovere le mani?
Domande retoriche. Forse davvero tutto questo scrivere è inutile. Ha ragione il papà di quel ragazzino di 12 anni che s'è visto scippare la sciarpa dagli ultras. E che sconsolato riassume il pensiero di una maggioranza ancora e sempre ostaggio di un manipolo di delinquenti: «Chiedere che le solite tifoserie che tutti conoscono vengano una volta per tutte ripulite da questi criminali non ci provo nemmeno, le solite parole al vento».

di Paolo Moretti

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