Mercoledì 22 Agosto 2012

Ticosa,
ora paghi
chi ha
sbagliato

  L'amianto per la Ticosa è una maledizione. Lo è stato durante la demolizione dello scheletro della vecchia fabbrica e lo è ancora oggi. Perché sembra spuntare dappertutto nell'area incastonata tra la Spina Verde e via Grandi.
Attorno all'amianto in Ticosa - di cui questo giornale scrive ormai da quasi sei anni - c'è un mistero. E il mistero è l'assenza di un nome e di un cognome del o dei responsabili degli errori che, per i cittadini, si traducono in tempi lunghissimi e in continui salassi. Sì, perché qualche errore c'è stato. Ma fino ad oggi nessuno è stato in grado di dargli un volto. Innanzitutto il responsabile va individuato per rispetto nei confronti dei cittadini comaschi. In primo luogo perché l'amianto sminuzzato insieme alle macerie della ex tintostamperia può aver creato più di un problema di salute. Agli operai che trituravano il materiale ignari del fatto che contenesse particelle pericolose e, quindi, senza alcuna precauzione. Ai residenti nella zona o a chi può aver respirato materiale inquinato. Il responsabile va individuato perché l'amianto in Ticosa sta costando parecchi quattrini a tutti i comaschi che preferirebbero non vedersi aumentare l'Irpef o l'Imu o comunque veder più strade asfaltate o i giardinetti tenuti bene. O anche solo i lampioni accesi.
La storia dell'amianto in Ticosa si divide in due parti. La prima è quella del materiale tritato tra le macerie nonostante gli allarmi lanciati da questo giornale e da diversi consiglieri comunali tra la fine del 2006 e l'inizio del 2007, prima dei fuochi di artificio e della cerimonia che avrebbe dovuto dare un calcio all'immobilismo. Chi avrebbe dovuto sapere che in Ticosa c'era dell'amianto e, invece, non se n'è accorto? Eppure era stato fatto un piano di bonifica pagato (pure quello) dai cittadini. C'è stato un processo da cui chi materialmente triturò i resti della fabbrica (l'impresa Binda) è stato assolto, ma che si è concluso con la disposizione di nuove indagini proprio sul piano di bonifica. Speriamo che dalle carte e dall'inchiesta della procura finalmente emerga qualcosa di chiaro. E dai contorni ben definiti. Per capire chi ha sbagliato e perché. E per fare sì che, in qualche modo, paghi. Se l'ex sindaco Stefano Bruni ha commesso l'errore di negare l'esistenza del materiale contenente amianto crisotilo finché non è stato individuato dall'Arpa e dal nucleo ambientale dei carabinieri, certamente non toccava a lui mapparne la presenza.
La seconda storia, quella che è sul tavolo di Palazzo Cernezzi in questi giorni, racconta che ancora una volta è stato trovato amianto non previsto. Questa volta scavando nel sottosuolo. Ma anche in questo caso è stato stilato un piano di bonifica apposito e sono state fatte delle analisi (ovviamente sempre a carico del contribuente). Senza però tracce di amianto. Che invece sembra proprio esserci, anche se Comune e Provincia hanno disposto nuovi approfondimenti per capire esattamente di che tipologia di rifiuto si tratta: pericoloso o non pericoloso. Non un dettaglio, visto che dalla classificazione dipendono i costi di smaltimento. La domanda è sempre la stessa: qualcuno doveva  o poteva accorgersi prima? È innanzitutto il Comune a dover capire, con ogni mezzo, chi ha sbagliato. Il sindaco Mario Lucini è un geologo e, quindi, di materiali, classificazioni e smaltimenti se ne intende. In questo caso dovrà però risolvere una volta per tutte anche il mistero del responsabile (lo stesso o un altro della prima parte della storia?). Per rispetto dei comaschi che continuano a pagare il conto per errori non loro. Un conto che sarebbe ora di presentare al responsabile.

di Gisella Roncoroni

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