Mercoledì 05 Settembre 2012

Grazie
Wang Shu,
ci apri
gli occhi

  Abitiamo in un posto bellissimo. A volte, forse, anzi sicuramente, ce ne dimentichiamo. Per abitudine. Ma, sotto sotto, lo amiamo. Ci perdiamo in critiche velenose a chi lo sfregia con incuria e scandali. Ci arrabbiamo quando riflettiamo sull'inadeguatezza dell'impianto turistico, sull'inospitalità, sulla sporcizia, sui disservizi per il forestiero, sui cartelli per turisti che sembrano dei rebus crittografati.
Ma in spiaggia, sotto l'ombrellone, gonfiamo il petto quando l'interlocutore strabuzza gli occhi in ossequiosa sorpresa, se gli diciamo da dove veniamo. Ci stupiamo se, ormai, tutti gli stranieri che incontriamo conoscono Como. E appuntiamo come una coccarda sul petto, ogni nome di vip che viene ad abitare qui.
Ma sì, magari diciamo «che palle 'sto Clooney», ma in fondo in fondo siamo contenti che sia qui con il suo "spottone" sulla nostra città. Poi, però, quando torniamo dalle vacanze, e corriamo a testa bassa al lavoro, sbrigando le solite faccende per le quali non c'è mai tempo senza mai alzare gli occhi dal volante, tutto di nuovo sparisce e ci dimentichiamo dove viviamo, in che razza di bomboniera ci muoviamo. Almeno finché succede un fatto che ci fa riaprire gli occhi. E che batte il seppur prezioso soggiorno di Clooney 10-0.
Succede, cioè, che il grande architetto cinese Wang Shu, "premio Nobel" per l'architettura 2012, in una serie di interviste rilasciate in questi giorni durante il suo soggiorno a Milano, si lasci scappare un «Dove vivrei? A Como. L'ho visitata. È bellissima».
Breve vademecum: l'occhialuto Wang Shu non ha preso il Nobel (che tecnicamente si chiama Pritzker) solo perché disegna belle case. No. Se lo è meritato perché attorno al design ci ha ricamato una filosofia di vita. La necessità (dice lui) di recuperare i piccoli centri a misura d'uomo, l'esigenza di dire basta ai mostri di cemento delle grandi metropoli dove la gente non riesce nemmeno più a camminare, il dovere di collegare la memoria al design, di non sfregiare il paesaggio con costruzioni senza senso.
Detta così, parrebbe difficile che uno come lui possa innamorarsi di una città che quanto a sfregi, beh non si fa mancare nulla. Che ha un lungolago «game over». Che ha un'architettura nell'insieme disordinata e dove non si cammina, non per i colossi di cemento, ma per i buchi sulle strade.
Ma, come dicevamo, la dedica di Wang Shu vale dieci soggiorni di Clooney. Perché, ok, la villa sul lago, piace a tutti. Diversa è la lode di un tecnico, di uno che dell'urbanizzazione fa uno stile di vita. Se proprio volete saperla tutta, il sospetto che, sotto sotto, il trucco ci sia, è forte. Guardando uno dei suoi capolavori pubblicati sui giornali, praticamente ci si trova di fronte a un palazzo del fascio su palafitte. E lui non si nasconde: «I miei architetti preferiti? Terragni, innanzitutto». Le cose si ricompongono.
Wang Shu è forse un tifoso del razionalismo, e si è fatto incantare dalla sua passione di fronte ai capolavori del grande architetto comasco. Eppure il suo gentile omaggio serve comunque ad aprirci gli occhi. Per ricordarci che abitiamo in un posto speciale. E per ricordare alle amministrazioni che tutte le città vanno curate, ma quelle belle come Como ancora di più. Hanno cominciato, vivaddio, con asfaltare le strade. Forza, riappropriamoci del nostro gioiello. Wang Shu fa il tifo per noi. (E noi per lui).

Nicola Nenci

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