Domenica 16 Dicembre 2012

Non ci sono incontri
per i vecchi pugili

Il 25 novembre 1980 al Superdome di New Orleans, Roberto Duran, durante un'indimenticabile ottava ripresa, voltò all'improvviso le spalle al suo sfidante per il titolo mondiale dei welter, Sugar Ray Leonard, e pronunciò quella frase che è rimasta scolpita nella mitologia del mondo della boxe: "No mas".
Basta. Il grande combattente, uno dei pugili più devastanti della storia di quello sport, lo spietato "Mano di Pietra" aveva capito, dopo essere stato irriso per sette round dalla velocità e dal talento di quel formidabile rivale, che il suo tempo era finito. La ruota girata.
L'attimo fuggito. La presunzione - così cieca, così umana -  di essere per sempre il più forte di tutti sbriciolata dal ciclo della vita. Poi, Duran si ostinò ottusamente a combattere ancora e vinse e perse e riuscì a diventare di nuovo campione. Ma la sua carriera, la sua carriera da atleta vero, da fuoriclasse del ring finì in quel momento. Non ci sono incontri per i vecchi pugili.
Al momento del distacco non può sfuggire nessuno, a prescindere dal grado raggiunto nella scala sportiva, sociale o economica: l'unica salvezza per noi poveri uomini è saper uscire di scena con un minimo di dignità, perché a una persona che ha superato il guado si può perdonare tutto, fuorché il diventare una macchietta. Silvio Berlusconi non è riuscito a evitare questa trappola. I pochi giorni intercorsi tra la sua ridiscesa in campo e l'umiliazione infertagli alla riunione dei leader del centrodestra europeo dal ferocissimo Mario Monti - un signore in loden che gronda bon ton da tutti gli artigli - sono stati davvero penosi. Non solo per lui e per i suoi sempre più improbabili supporter. Ma anche per tutti i detrattori che abbiano però la sensibilità di andare oltre l'odio ideologico o personale per cogliere in questo declino - culminato nella tragicomica conferenza stampa durante la quale in pochi minuti ha incoronato tre o quattro leader, compreso se stesso, alla guida del centrodestra - un dato metaforico, pedagogico, scespiriano sull'incapacità degli esseri umani di accettare la fine delle cose.
Ora, è vero che molti commentatori hanno letto dietro questa pervicacia di Berlusconi nel non mollare la presa una mera difesa degli interessi personali e aziendali, la volontà di bloccare il decorso delle sue molteplici cause giudiziarie e di condizionare in ogni modo, anche perdendo le elezioni, l'operato del prossimo esecutivo. Ma non è tutto qui. La verità è che lui per tanti anni ha avuto talento, ma,  per quanto doloroso possa essere, il talento non dura. E il suo momento sta per finire. Ecco: il suo dramma consiste nel non accettare, visto che è sempre stato abituato a sedurre, vincere e comandare, questa semplice verità.
Quanti esempi abbiamo - e non solo nella politica, nell'alta finanza o nel mondo dello spettacolo - di gente che si aggrappa alla poltrona, allo strapuntino, al microincarico o anche più semplicemente a un'abitudine, una finta certezza, una persona, una causa, un'icona? Quante volte ci è capitato di rifiutare la spietatezza della macina degli anni preferendo star lì imbambolati a vagheggiare i bei tempi andati del liceo e delle vacanze in Spagna e del militare in Alto Adige e dell'ufficio che quando lo dirigevi tu era un po' tutta un'altra cosa e amori eterni e amicizie incorrotte e ricordi indelebili e inesauste aspirazioni e la convinzione di essere sempre e poi sempre importanti e centrali e indispensabili? I cimiteri sono pieni di gente indispensabile, ma ci fosse una volta che ce lo ricordiamo… È questo l'errore più grande del cavaliere. Credere di essere l'unico a poter fare le cose e, quindi, essere certo che dopo di lui non potrà che venire il diluvio. Cortocircuito tipico non solo dei megalomani, ma anche dei grandi protagonisti - politici, finanzieri, artisti e pure direttori di giornali - che considerano prova della loro grandezza il fatto che con loro le cose andavano bene e male invece senza. È vero il contrario. Quello è il segno della loro piccolezza: uno è un grande leader quando la sua creatura cresce benissimo anche senza di lui, e forse addirittura meglio, perché questo significa che ha avuto la lungimiranza di costruire giorno dopo giorno gli uomini destinati a sostituirlo. Se invece uno passa i giorni ad azzoppare chi teme che in futuro possa fargli ombra sarà anche un grande condottiero, ma mai un vero capo. Un vero riferimento. Un vero statista.
Ed è così che è andata. Un unico Dio, un unico Moloch, un unico Monolito di fronte al quale tutti gli adepti e gli adulatori e le sacerdotesse dovevano inchinarsi. Al di fuori di quello, il deserto. Servi, sguatteri, salmerie. Ma il problema è che il tempo passa, il vento fa il suo giro, la fine è livida e arriverà un giorno in cui tu non ci sarai più e di te non resterà alcuna memoria, come se addirittura non fossi mai esistito. Chi se ne convince è un saggio, chi preferisce il cerone e il fondotinta diventa un fantoccio come il povero Roberto Duran, che dopo quel gran rifiuto iniziò a mangiare, a bere, a ingrassare, a farsi tormentare giorno e notte dal suo demone e andò avanti a prendere pugni in faccia fino a quarant'anni da gente di cui una volta avrebbe fatto polpette. Un pugile suonato, come il tragico Gassman dei Mostri.
Allo stesso modo anche Berlusconi si è incapricciato, si è intestardito, ha iniziato a inseguire il fantasma del suo mito tra comizi, festini e comparsate così come il professor Aschenbach agognava - patetico e grottesco - il suo angelico Tadzio nelle pagine di "Morte a Venezia". Perché pure lui pensava che fosse sufficiente una tintura di capelli per fissare il tempo che passa in un'immagine perfetta. E invece non è così: basta un battito di ciglia e la tua claque non c'è più, sparita all'improvviso come un fantasma al canto del gallo.
Diego Minonzio

Diego Minonzio

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