Domenica 13 Gennaio 2013

Diciamo
la loro
agli Schettino
d'Italia

In una scena memorabile della "Grande guerra", dopo aver ottenuto la disponibilità al tradimento da parte dei due soldati cialtroni, il romano Oreste Jacovacci (Alberto Sordi) e il milanese Giovanni Busacca (Vittorio Gassman), l'ufficiale austriaco che li teneva prigionieri pronuncia, mentre incassa da un commilitone i soldi della scommessa vinta sulla nostra insanabile inclinazione alla vigliaccheria, quella battuta che si imprime ancora oggi come le stigmate del carattere nazionale: «L'unico fegato che conoscono gli italiani è quello alla veneziana, con la cipolla».
I vigliacchi.
I codardi. I buffoni. Gli inaffidabili. I traditori. Gli infami. Quelli che -  unico caso al mondo - non hanno mai finito una guerra con gli stessi alleati con cui l'avevano cominciata. Quelli che non hanno la tempra per reggere i tempi della tragedia e che finiscono sempre per farla trascolorare - la sindrome dell'otto settembre, la vergogna del tutti a casa - nel grottesco. Gli italiani. I soliti italiani. I soliti melmosi, insopportabili italiani.
La modernità del capolavoro di Monicelli trova una conferma iperbolica anche oggi, primo anniversario del disastro della Costa Concordia. Or volge l'anno che venivamo pieni d'angoscia davanti alla tivù a rimirare il profilo assurdo di quella nave rovesciata sugli scogli. Ed è ancora lì. E nessuno è riuscito a spostarla, nessuno ha voluto, simbolo perfetto, metafora plastica del naufragio di tutto un paese, con i suoi ridicoli comandanti, le sue ragazzotte di quarta serie in cabina e in Parlamento e quella ignobile dimostrazione di vigliaccheria, quella intollerabile mancanza di orgoglio, di serietà, di capacità di pensare al bene degli altri. Abbandonare la nave - e la nazione - con tutti i suoi morti, i suoi feriti e i suoi disperati. Schettino come Vittorio Emanuele III. Schettino come i nostri politicanti da quattro soldi. Schettino come i nostri finanzieri criminali e i nostri burocrati borbonici che giocano con le vite delle persone indifese.
E la cosa più grave è che la vera tragedia non è neppure questa, ma la sua capacità diabolica di diventare perpetua. Il dato umiliante che dà ancora una volta ragione al grande regista non è che uno come Schettino esista e, come se non bastasse, sia addirittura diventato comandante di una nave di quel livello, ma che non sia sparito per sempre nelle patrie galere dopo i danni che ha provocato. E invece no. Anche lui è rimasto in gioco, come tutti, come sempre. Prima ha pianto, poi si è disperato, poi ha detto che lo avevano incastrato, che era colpa di qualcun altro (vero slogan nazionale), poi che era un complotto della magistratura, poi che avrebbe fatto ricorso al Tar perché non meritava di perdere il posto di lavoro e presto, si accettano scommesse, sarà pronto per una confessione sconvolgente in esclusiva, per un programma televisivo nazionalpopolare, per una candidatura con il Grande Sud e via così, ancora lì, sempre con i piedi ben piantati in mezzo alla melma di questo pattume mediatico-giudiziario dalla quale nessuno può liberarci.
Pensateci un po'. A chi somiglia questo qui? A quanti pseudo statisti o pseudo grandi imprenditori o pseudo agitatori di folle, giornalisti frou frou, intellettuali da terrazza, sindacalisti occhiuti o chi altri volete voi si attaglia il profilo di quello che non voleva tornare a bordo? Un numero sterminato di gentaglia che ci rimane sempre in mezzo ai piedi, nonostante quello che ha combinato, che ha sgovernato, che ha rubato e che ha pinocchiato in questi anni ridicoli e tragici, a destra come a sinistra come tecnicamente al centro, perché questo è il paese dove - come succederà anche dopo le prossime elezioni, statene certi - non vince mai nessuno, non perde mai nessuno, ma alla fine ci si mette tutti d'accordo.
Clinton è diventato l'uomo più potente del mondo a quarantadue anni e a cinquanta non contava più niente, impegnato solo a fare conferenze in giro per il mondo a centomila dollari a botta. Qui, invece, qualsiasi uomo di potere continua - inesorabile - a tirare le sue fila e a dettare l'agenda a noi giornalisti con l'anello al naso a dispetto del ruolo che occupa o degli insuccessi che ha raccolto. E' un muro di gomma indistruttibile che tutto sminuzza, tutto trangugia e tutto riduce a poltiglia, la vera kryptonite di qualsiasi ipotesi di Stato civile e serio. Tutto fermo. Tutto destinato a marcire, come il rudere di quella nave che si prepara tra pochi mesi a devastare la seconda estate dell'Isola del Giglio. Perché non ci sono  i soldi, perché mancano i tecnici, perché ci sono altre emergenze. Perché "ben altri" sono i problemi, come insegna da mille anni la vulgata del parassitismo nazionale. Insomma, perché non siamo capaci. Bravissimi come sempre ad affondare ma inetti nel risollevarci, che è una cosa ben diversa dal rimanere a galla.
E allora ci vorrebbe un atto di coraggio, un moto di orgoglio di noi poveri passeggeri della Costa Concordia o nauseati spettatori dell'avanspettacolo felliniano propinatoci da Santoro, Berlusconi e Travaglio (tre narcisi egocentrici ai quali non importa nulla dei problemi del paese, ma solo fare a gara su chi è il meglio fenomeno del bigoncio) e avere quel sussulto di dignità che il vile soldato Giovanni Busacca dimostrò - per la prima volta nella sua vita - dopo aver colto il disprezzo antropologico riservatoci da quello sprezzante popolo del nord: «E allora senti un po', visto che parli così… Mi te disi propi un bel nient! Hai capito? Facia de merda!».
Gassman e Sordi finirono fucilati, naturalmente, ma questo gesto di eroismo istintivo, questo tradimento mancato avrebbe poi permesso alle nostre truppe di vincere la battaglia. Certo, è solo un film. Ma forse non è troppo tardi per dimostrare che gli austriaci non hanno sempre ragione e che anche noi siamo capaci di dire a tutti gli Schettino d'Italia quello che pensiamo veramente di loro.
Diego Minonzio

Diego Minonzio

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