Venerdì 01 Febbraio 2013

Se la Fiom
applaude
l'Italia
riparte

E venne il giorno che la Fiom applaudì Sergio Marchionne. Nel giorno in cui le tute blu più fedeli a Landini hanno appreso che il loro destino sarà di produrre le migliori vetture per i ricchi più ricchi.
Il referendum di Pomigliano, i sindacalisti licenziati e poi riammessi e confinati in una saletta, la Melfi ex fabbrica-modello che conoscerà due anni di cassa integrazione, lo scontro politico-industriale a tutti i livelli e il traumatico abbandono di Fiat di quella Confindustria che un tempo controllò e guidò: un film dell'ultimo quinquennio che in un paio d'ore, è invecchiato. Ecco cosa è accaduto l'altro ieri a Grugliasco, alle carrozzerie Maserati che furono Bertone fino al 2006, anno della chiusura. Qui la Fiom è all'80%. Qui Marchionne l'altra mattina è stato applaudito, roba da non crederci.
E' vero, un centinaio di operai protestava fuori, un monito per ricordare i 500 ancora in cassa integrazione. Ma  all'interno, Marchionne stava "andando incontro" alla Fiom, ovvero prometteva che entro la fine dell'anno tutti i mille della ex Bertone saranno di nuovo al lavoro.
Il piano è ambizioso: produrre, grazie al miliardo d'investimento, nuovi modelli, 50 mila vetture invece delle 6 mila del 2012, coprire il 1005 del mercato delle auto del lusso contro il 21 attuale, esportare il 95% del prodotto.
Al di là dei dati di produzione  e dell'utile (più 1,4 miliardi nel 2012), da Grugliasco però è decollata la terza vita del manager italo-canadese di residenza elvetica. La prima fu quella del salvataggio vero e proprio di Fiat, con il sì del sindacato  a ranghi compatti e l'innamoramento socialdemocratico della sinistra italiana;  dopo venne la fase della sfida globale, con la scommessa - vinta - nella Chicago della Chrysler e la sfida frontale in Italia con la pachidermica e poco flessibile Confindustria e la coriacea e lenta Fiom-Cgil. Ora siamo alla terza metamorfosi di Marchionne, quella in cui si riaprono le porte a tutti gli operai  dell'ex Bertone e si arriva a promettere  una soluzione per i 19 di Pomigliano in mobilità e riammessi a forza di sentenze.
Marchionne ora sembra voler lanciare un segnale diverso a questa Italia vicina a un voto comunque epocale. All'attento manager infatti non sfugge che, vinca Bersani o torni Monti, il sindacato minoritario o che rifiuta di sottoscrivere un accordo non potrà essere buttato fuori dalla fabbrica, che un governo riformista stavolta vorrà dire la sua su un'azienda da un paio di punti di Pil ma con la testa negli usa e che forse l'Italia non potrà più continuare ad essere uno dei pochi Paesi avanzati a non avere una reale politica industriale.
Questa è la terza vita di Marchionne, ma anche la stagione di opportunità che si apre per la Fiom, che a Grugliasco ha combattuto, polemizzato, ma anche sottoscritto gli accordi sui sacrifici e oggi, però, plaude al "padrone" che investe. I due eserciti non depongono le armi ma dallo stabilimento "Giovanni Agnelli" arrivano indizi di pace e ripresa ma anche una spinta al Paese. Da non frenare.
Umberto Montin

Umberto Montin

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