Martedì 05 Febbraio 2013

Brunetta
scivola
sul gioco
d'azzardo

Ci eravamo appena ripresi dallo choc procurato dalle promesse elettorali del Cavaliere, quando ci è toccato leggere un'intervista all'ex ministro Renato Brunetta, nella quale spiega dove pensano di recuperare le perdite provocate dal mancato introito dell'Imu. «250 milioni da nuovi giochi, 700 dall'accise sul tabacco, 1015 dalle accise sull'alcol».
Come dire: «La nostra speranza è che gli italiani fumino, bevano e giochino di più». Ma non basta perché Brunetta risponde seraficamente anche alle polemiche che, ormai da mesi, investono l'immobilismo di uno Stato che lucra sulla dipendenza da giochi per riempire le casse. «Il nostro- afferma l'ex ministro- è un atteggiamento laico. Prendiamo atto che il gioco è un'attività fisiologica dell'individuo. Anche la Chiesa ha le sue lotterie a fin di bene».
Dichiarazioni gravissime che non tengono in nessun conto il disastro sociale provocato dal gioco d'azzardo. Proviamo a fornire qualche dato che evidentemente, il prossimo viceministro di Berlusconi all'Economia (come lui stesso si è definito) non conosce. L'Italia nel 2012 è stato il secondo Paese al mondo per diffusione del gioco d'azzardo, con un volume d'affari che ha sfiorato i 94 miliardi di euro. Eppure per le casse dello Stato l'aumento vertiginoso del volume d'affari, rappresenta un investimento in perdita; aumentano infatti sempre di più le spese per far fronte ai costi sociali delle ludopatie da una parte e dall'invasività delle mafie dall'altra.
Resta il fatto che il gioco d'azzardo non conosce crisi. Sono crollate le spese alimentari, i risparmi, ma la spesa procapite degli italiani per il gioco ha toccato quota 1703 euro. Impressionante è il numero di persone che hanno problemi di dipendenza; si sfiora la cifra di 800 mila con una spesa che raggiunge i 6,6 miliardi di euro per far fronte ai costi sociali e sanitari.
Non basta. L'ultimo rapporto della Corte dei Conti afferma che «il consumo dei giochi interessa prevalentemente le fasce sociali più deboli». Secondo Eurispes nel gioco investe di più chi ha un reddito inferiore: giocano il 47% degli indigenti e il 56% degli appartenenti al ceto medio-basso. Già negli anni '50 il premio Nobel per l'economia, Milton Fidman, affermava che «il modello di business dell'industria dell'azzardo, può raggiungere dei grandi traguardi se fa un business sulla povertà, perché un alto bacino a cui può attingere, è quello di chi ha poco reddito». Un'indagine Conagga-Cnca lo conferma: nell'ultimo anno hanno giocato l'80,2% dei lavoratori saltuari o precari e l'86,7% dei cassintegrati.
Il gioco d'azzardo rappresenta ormai una vera emergenza sociale che tocca e punisce le fasce più deboli e di fronte alla quale lo Stato, per paradosso, rischia di dover spendere di più di quanto incassa. Non basterà "l'atteggiamento laico" dell'ex ministro Brunetta per sovvertire questa drammatica realtà. I conti non si fanno sulla pelle della gente.
Massimo Romanò

Massimo Romanò

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