Mercoledì 27 Febbraio 2013

Il trionfo
di Bobo
con la Lega
più piccola

La vittoria più importante, con la Lega più piccola. Roberto Maroni ha conquistato Palazzo Lombardia: nessun testa a testa entusiasmante, il distacco con Umberto Ambrosoli non è mai sceso sotto i 4 punti, e per il segretario federale del Carroccio è stata una vittoria quasi annunciata alla luce dei 400 mila voti di scarto tra centrodestra e centrosinistra alle politiche.
Ci sarà tempo per analizzare nel dettaglio i dati (lo spoglio è proseguito fino a tarda serata ed è andato decisamente a rilento), ma le linee tendenziali del voto per la Lombardia sono già chiare: il centrodestra vince pur lasciando sul campo migliaia di voti. E la Lega in particolare arriva sullo scranno più alto - quello che per 18 lunghi e consecutivi anni è stato di Roberto Formigoni - nel momento peggiore della sua storia, in termini di consenso. Palazzo Lombardia è suo, ma dal punto di vista del peso elettorale il progetto di sindacato del Nord non parte con il piede giusto: il Carroccio subisce perdite pesanti sia in Lombardia che in Veneto e Piemonte. Ma Maroni è il nuovo governatore, e questo è quel che conta nell'immaginario padano. Chiaro però che con questi numeri la Lega da sola non può fare niente, e dalle parti del Pdl c'è già chi rialza la testa.
Un dato, per cominciare: il Carroccio dimezza il suo consenso in Lombardia rispetto alle regionali del 2010. Vero che questa volta in campo c'era anche la Lista Maroni, ma visto il netto calo del Pdl (quasi dimezzato) facile che abbia attinto su ambo i lati. E comunque la si voglia vedere, la somma delle tre forze in campo (più Fratelli d'Italia e liste minori) a oltre metà scrutinio è di poco superiore al 43 per cento: nel 2010 il centrodestra aveva il 58.
Ma soprattutto, sommando il consenso dei grillini e delle liste a sostegno di Ambrosoli si supera di poco il 50 per cento: come dire che il centrodestra vince e governa, ma la maggioranza dei lombardi è dall'altra parte. Ancora più nettamente se aggiungiamo Albertini e liste varie. È la prima volta che accade in Lombardia, e succede con un leghista al comando. Dal punto di vista tattico, la scelta di togliere il sostegno a Formigoni lo scorso autunno si è rivelata vincente: da quello del consenso, tornare a braccetto col Pdl, ha pagato in termini molto negativi per la Lega, ben sotto il 20 per cento in molte delle sue roccaforti lombarde.
I padani ora sono molto meno rappresentati a Roma (scendono da 60 a 18 deputati) dove per la prima volta non hanno i numeri per costituire un gruppo alla Camera. Dicono che non è comunque l'obiettivo primario, e passi, se non fosse però che si ritrovano molto indeboliti proprio in quel Nord che vorrebbero rappresentare alla stregua della Csu bavarese. E soprattutto sono ancora più legati a doppio filo al Pdl, che avrà più consiglieri al Pirellone e anche qualche sassolino da togliersi visto il brusco epilogo della passata legislatura. Senza contare che il progetto del 75 per cento delle tasse in loco diventa ancora più difficile con un governo che non c'è e Berlusconi che sembra più orientato a ricucire che strappare.
Poi chi vince ha sempre ragione, ma alla fine quella di Maroni potrebbe rivelarsi una vittoria debole: come la Lega ora.
Dino Nikpalj

Dino Nikpalj

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