Martedì 30 Aprile 2013

Manca
al governo
il coraggio
dei tagli

Difficile giudicare positivamente quanto detto ieri da Enrico Letta, nuovo presidente del Consiglio, in merito al programma economico. Non manca certo qualche buona intenzione, ma smarrita entro una retorica fuori tempo e un progetto d'assieme per nulla intenzionato a incidere sulla spesa.
In particolare, non si è rilevato alcun riferimento al ridimensionamento della funzione pubblica. Mentre ad Atene si licenzieranno 15 mila dipendenti pubblici entro il 2014, nella Roma della politica si seguita a ignorare perfino l'ipotesi di qualcosa di simile. L'Azienda Italia è dissestata, ma nessun posto di lavoro è in discussione. Né Letta ha parlato della privatizzazione delle imprese di Stato, della cessione degli immobili, delle liberalizzazioni. Ha detto che intende ridurre il prelievo sul lavoro, ma preoccupa che non spieghi grazie a quali tagli e sacrifici.
La sensazione è che si continuerà a galleggiare. Si proverà a evitare l'innalzamento dell'Iva, salvare gli esodati, assumere i precari, finanziare la cassa integrazione, e per trovare quei 10 miliardi circa che sono necessari si continuerà a spremere i fumatori e i giocatori, coltivando pure l'illusione di un recupero dei soldi finiti in Svizzera. Ma si tratta di un repertorio di cose già viste e che mai hanno funzionato nel passato.
In negativo colpiscono poi due elementi: uno attribuibile alla cultura politica di Letta e l'altro alla complicata coalizione che si trova a guidare. Quando ieri il leader democratico ha affermato «che di solo risanamento l'Italia muore, servono politiche per la crescita», si è avuta la sensazione che si intenda finanziare una politica economica basata sulla centralità dell'intervento pubblico. Da molti decenni la sinistra cattolica dà credito alle tesi keynesiane e per questa ragione, purtroppo, tali parole non sorprendono.
Per giunta, l'allievo di Beniamino Andreatta si trova a dover gestire richieste variamente demagogiche - dalla destra come dalla sinistra - e dovrà riuscire a soddisfare tutti. Nel passaggio sull'Imu, in particolare, era chiara la cautela di chi dovrà fare i conti con una questione che ha assunto un alto valore propagandistico per più di una forza politica.
Dovendo pagare un prezzo al centrodestra, Letta ha comunque annunciato uno stop alla rata di giugno: non si tratta dell'abolizione, ma del rinvio in vista di un ridisegno.
Il guaio è che l'Imu è solo una piccola parte di un prelievo tributario mostruoso, che pesa come un macigno su di noi. E se si interverrà unicamente sull'Imu e magari innalzando altre imposte e aumentando il debito (come si sente dire), le aziende continueranno a fallire e i lavoratori del privato a perdere il posto.
In generale, insomma, il premier non pare consapevole della gravità del momento e della necessità di una svolta, né pare vedere le reale condizioni di un mondo produttivo che s'avvita tra prelievi fiscali crescenti, capitali che mancano e giovani che se ne vanno, una base imponibile che si restringe e che induce - di conseguenza - ad alzare ancor di più la pressione fiscale.
In tali circostanze ci si augura sempre di sbagliare, ma non c'è proprio modo d'essere ottimisti.
Carlo Lottieri

Carlo Lottieri

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