Caso Marino: il principio

deve valere per tutti

Prima di giudicare il sindaco Marino, sarebbe utile rinfrescarsi la memoria su alcuni scandali politici avvenuti all’estero così da inquadrare la vicenda romana nelle sue reali dimensioni, etiche e politiche. Non tutti ricorderanno il caso del leader socialdemocratico svedese, Mona Sahlin, la quale, nel 1995, fu costretta a dimettersi perché, oltre ad avere assunto una “tata” in nero, sulla sua carta di credito di servizio era emerso l’acquisto di due confezioni di cioccolata, di pannolini, di sigarette nonché il noleggio di un auto. Spesa complessiva, 50 mila corone, cioè poco meno di 6 mila euro. Un caso che fece scalpore sulla stampa inglese fu quello del viceministro britannico David Laws, il quale, nel 2010, venne accusato di aver richiesto il rimborso del suo alloggio a Londra (1350 euro mensili): poiché da un controllo risultò che vivesse insieme al suo compagno, proprietario dell’alloggio, David Laws fu costretto a dimettersi. Un altro caso eclatante avvenne in Spagna nel 2009. Il quotidiano El Mundo rivelò che il ministro della Giustizia, il socialista Mariano Fernández Bermejo, aveva partecipato ad una battuta di caccia nella quale risultava presente anche il giudice Baltasar Garzón, lo stesso che si accingeva a processare per corruzione alcuni esponenti del Partito popolare, avversari di Bermejo. Questo piccolo florilegio può servire a spiegare, tra le altre cose, anche la cifra morale del nostro paese nel quale il cittadino è portato a sorridere davanti all’intransigenza con cui gli altri paesi usano giudicare gli scandali che colpiscono la classe politica. Il problema sta tutto qui. Per questo, e per altri motivi che vedremo, suscita sdegno il modo in cui è stato trattato, sul piano squisitamente personale, il Sindaco Marino sul quale l’intero paese ha dato prova di immane ipocrisia. Sarebbe utile rammentare lo spietato responso, del 2014, di Transparency International: l’Italia è il paese più corrotto d’Europa (seguito da Bulgaria e Grecia). Inutile dire che questa notizia è stata accolta dall’opinione pubblica con assoluta indifferenza, come se si trattasse di un banale dato statistico. Qualche anno fa, a Duisburg, in Germania, fu consumata una carneficina per mano della ,ndrangheta. Intervistato dalla stampa italiana, il ministro della Giustizia tedesco dichiarò che, a differenza dell’Italia, avvezza a convivere con la mafia, in Germania non esisteva il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso. Nessuno battè ciglio davanti a quella che non era solo un’amara constatazione. Occorre dire che tanti sepolcri imbiancati, alacremente impegnati, in questi giorni, contro il sindaco di Roma, sono gli stessi sui quali grava la responsabilità morale e politica del degrado e della corruzione che fanno da sfondo alla capitolazione di Marino. In tutta onestà, ha fatto bene il premier Renzi a pretendere le sue dimissioni: Marino era, obiettivamente, indifendibile. Ma sarebbe auspicabile riscontrare la stessa intransigenza anche nei confronti di altri esponenti di cui è nota la dubbia caratura morale. L’auspicio non è rivolto tanto al premier quanto al cittadino e all’opinione pubblica che dovrebbero ritrovare il coraggio di provare sdegno davanti agli abusi di un ceto politico che, troppo spesso, finisce per dare ragione a chi crede che esso sia solito servirsi del cittadino fingendo di servirlo.


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