Como,  il senso dell’impresa   tra immagine  e realtà

Como, il senso dell’impresa

tra immagine e realtà

Ci sono fotografie belle e ci sono quelle brutte.È normale. Un tempo si buttavano via montagne di rullini prima di trovare quella giusta. Oggi basta cancellare la memoria digitale finché arriva lo scatto che soddisfa. È grande la responsabilità di chi fissa il mondo da un mirino ottico. O lo descrive.

L’alternativa non è tra bello o brutto. È tra vero o falso. Il peggio è quando la realtà viene deformata, distorta o addirittura manipolata. Uno guarda un’immagine e pensa che sia la realtà. Poi ne fa esperienza diretta e si accorge che è stato ingannato. È quanto accade a chi si confronta con il mondo dell’imprenditoria e il senso del fare impresa. Anche a Como. Quanti luoghi comuni? Quanti stereotipi negativi? Quante immagini distorte sono state spacciate per vere sulle aziende, sugli imprenditori, sulle loro iniziative? Un’infinità. C’è ancora troppa cultura contro le imprese, ha ricordato pochi giorni fa su questo giornale il presidente di Unindustria Fabio Porro. È presente un diffuso sentimento di diffidenza quando non di ostilità. È un fatto culturale. La “Festa dell’Economia” promossa da “La Provincia” è, come si usa dire oggi, un tentativo di cambiare verso. Di proporre un altro messaggio. Più vero. Più aderente alla realtà.

È impegnativo sollevare il peso di decenni di immagini distorte e di slogan come “le imprese inquinano, le imprese evadono, le imprese ci sfruttano”. Frasi ripetute miliardi di volte e che si sono depositate nella mente collettiva della nostra società. Non è che si voglia trasformare la categoria degli imprenditori in una classe di angioletti. Ma non si può generalizzare perché ogni categoria umana ha i suoi punti oscuri, i suoi anelli deboli, i suoi angoli sporchi.

L’iniziativa del nostro giornale ha la finalità di proporre all’opinione pubblica esempi di imprese e di imprenditori straordinari. E quanti ce ne sono. Storie leggendarie, vite illuminate da un’idea, sostenute da un progetto, affrontate con sacrificio e con coraggio fino a raggiungere l’eccellenza, incarnate in una missione. Fare impresa.

C’è da chiedersi allora, a dispetto dei luoghi comuni, quale è il senso del fare impresa. Ieri come oggi, come domani. Mauro Magatti ha spiegato bene l’altra sera che la prima motivazione di chi fa impresa non è fare soldi.

Attorno a questo equivoco si sono dilapidate fortune. Perché c’è chi pensa che bastino i denari per avere successo imprenditoriale. Non è così. Non basta neppure avere un’idea. Neanche se è quella giusta. Non sono sufficienti appoggi, sostegni e raccomandazioni. Imprenditori si nasce. Perché ci vuole un talento speciale. Imprenditori si diventa. Perché è una sfida che si vince ogni giorno. Osservando i tanti imprenditori di successo premiati da “La Provincia” si coglie che comune a tutti ci sono l’intuizione particolare, il coraggio per rischiare, il cuore per guidare cordate di uomini, famiglie tanto grandi, come aziende appunto.

Due immagini possono descriverli. Due personaggi. Uno è Nahasson. L’altro è il buon samaritano. Il primo, figlio di Aminabad, della tribù di Giuda, è l’uomo che per primo trovò il coraggio di gettarsi nel mare dopo che Mosè lo aveva percosso perché si aprisse per far passare gli ebrei che si liberavano dall’Egitto. Tanti erano lì sulla sponda. Tutti con le stesse armi. Erano timorosi e non si buttavano. Lui solo osò andare nell’ignoto. E aprì un varco vittorioso. Per questo, dicono i rabbini, la sua tribù ebbe il privilegio di comandare le altre.

Il buon samaritano, invece, è un uomo pio e buono. E ricco. Sì, molto benestante.

Commentatori acuti fanno notare che non avesse avuto tanti soldi non avrebbe potuto prendersi cura del viandante picchiato e abbandonato per strada. Lui invece ne ebbe compassione e lo soccorse. Poi lo affidò a un oste perché lo tenesse e lo rifocillasse e «estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno». La ricchezza può essere anche uno strumento di bene. I nostri migliori imprenditori hanno molti tratti in comune con Nahasson e con il samaritano del Vangelo. È il loro senso di fare impresa. Non è sfuocata o distorta: è l’immagine più bella e più vera.

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