Donare un rene  nell’era virtuale

Donare un rene

nell’era virtuale

Nel 2001 – in termini di evoluzione della realtà potremmo anche dire: due secoli orsono – Adriano Celentano pensò bene di affrontare, durante una trasmissione televisiva intitolata “125 milioni di caz… te”, il tema dei trapianti e delle donazioni di organi. Lo fece con una precisione tale che, il giorno dopo, si levò una bufera infernale. Per un momento parve non ci fosse alternativa, per il cantante, che regalare un paio d’etti di personale coratella, così da placare l’opinione pubblica. Celentano rimediò altrimenti, per fortuna sua e nostra, invitando la settimana dopo in tv un vero esperto che rettificò le sue inesattezze sulle leggi circa la donazione e la volontà di praticare la medesima una volta morti.

Questo per dire che il tema è delicatissimo e qui, nel tirarlo in ballo, siamo ad alto rischio. Ne vale la pena, però, perché la storia riportata oggi in cronaca è di tale portata emotiva che trascurare di sottolinearla con un commento sarebbe stato quasi offensivo per le nostre coscienze.

Il riassunto della vicenda: una signora della Val d’Intelvi avrebbe voluto donare un rene al marito, in dialisi. Ciò non è stato possibile, anche per ragioni di compatibilità. L’uomo, 53 anni, è finito così in coda a una lunghissima lista d’attesa - tre anni circa - per ricevere l’organo da un donatore deceduto. La coppia ha individuato però un’opportunità: rivolgersi al Centro regionale trapianti del Veneto dove è operativa un’inedita “catena samaritana”. Il marito ha così ricevuto un organo da un donatore deceduto e la moglie, a sua volta, ha donato il rene a una terza persona - la cui identità non le sarà mai rivelata - in lista d’attesa. Ricevere del bene e fare del bene: un tutt’uno in grado di salvare vite.

In Italia, il quadro dei trapianti ha ombre, ma anche molte luci. La qualità generale degli interventi può essere considerata soddisfacente. Il trapianto di rene - il più diffuso - conosce, secondo i dati del Ministero della Salute, un 92,7% di pazienti “che lavorano o sono nelle condizioni di farlo e quindi sono stati pienamente reinseriti nella normale attività sociale”.

Le buone notizie non mancano neppure sul fronte dei donatori e delle donazioni. Sia nel 2016 sia nel 2017 si è riscontrato un aumento dei donatori totali registrati al Sistema informativo trapianti: incrementi percentualmente importanti, tra l’altro, non frazioni decimali. Secondo la legge, in Italia vige, in fatto di donazioni, il consenso o dissenso esplicito: a tutti i cittadini maggiorenni è offerta la possibilità (non l’obbligo) di dichiararsi ufficialmente donatori (o non donatori) attraverso i servizi anagrafici predisposti dai Comuni. Se un cittadino non esprime la propria volontà, la legge permette ai familiari di opporsi al prelievo durante il periodo di accertamento della morte. Il “silenzio-assenso”, contro il quale si scagliava Celentano, non risulta dunque nei fatti applicato.

Al di là di ciò che dicono le leggi e le statistiche, il cuore (ogni riferimento all’organo per eccellenza del corpo umano non è affatto casuale) della questione sta sempre nelle scelte individuali che si muovono in sintonia con la sensibilità sociale. L’esempio della coppia comasca racconta di una solidarietà concreta, quasi pratica, che rivela una profondità straordinaria: “E’ la cosa più bella che abbia mai fatto” ha detto la signora alle telecamere inquisitrici di Raidue: “Non si deve aver paura di donare, è un gesto che riempie la vita di chi lo fa”.

In tempi in cui l’individualismo (meglio: l’egoismo) sembra non aver difficoltà a trionfare e a spezzettare l’umanità in tante piccole isole starnazzanti ma, sostanzialmente, incapaci di comunicare, l’idea di donare – letteralmente – una parte di noi stessi sembra quasi sovversiva. Non lo è: semmai, ci consente di rinsavire. Quando ormai il virtuale ha preso il sopravvento sul reale, la storia della coppia della Val d’Intelvi ci ricorda che la solidarietà è faccenda così tanto umana da avere carne, ossa, nervi e sangue.

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