Dove nasce la speranza
che vincerà il terrore

Basta girare per le strade di una grande città italiana, per capire come il sentimento più comune e più comprensibile, forse più umano, che si respira sia la paura. Le stragi di Parigi hanno segnato un punto di non ritorno e probabilmente nulla sarà come prima. Da giorni ormai il nostro cuore è in tumulto; dalle capitali d’Europa rimbalzano immagini di guerra. Strade presidiate dai carri armati, quartieri isolati da cordoni dell’esercito, scuole, teatri, locali pubblici chiusi. Metropolitane e trasporti pubblici bloccati. E’ come se la vita si fosse fermata e forse era davvero questo l’obiettivo dei terroristi. Uccidere la speranza, riempire i nostri cuori di terrore, di insicurezza. Tutto si trasforma, la nostra stessa vita, i gesti che eravamo abituati a compiere ad ogni risveglio. Prendere un tram e andare al lavoro, mangiare un panino in un locale, uscire la sera per ascoltare della musica. Improvvisamente tutto diventa motivo di inquietudine.

E’ come se questo terrore che non conosce pietà, ci avesse tolto la capacità di guardare avanti, ci stesse negando il diritto alla speranza. Ma è possibile davvero sperare ancora? E’ possibile che il nostro diritto alla felicità non ci venga negato dalla violenza e dall’odio? Oggi siamo tutti convinti che la morale alla fine consista nell’indignarsi a gran voce contro qualcuno. Ma il vero male- come scriveva Charles Peguy- sta nell’amnesia dell’eterno. Oggi gli uomini e i cristiani prima di chiunque altro, rischiano di dimenticare che il destino del mondo non sta solo nella capacità di rispondere con tutti i mezzi possibili alla violenza. Sta soprattutto nella capacità di non dimenticare chi siamo. «Per sperare, bimba mia – scrive ancora Peguy- bisogna essere molto felici, bisogna aver ottenuto una grande grazia».

Per i cristiani la possibilità della speranza si fonda non in qualcosa costruito dagli uomini, ma in una grazia, in qualcosa di dato, di donato. La grande grazia è la certezza della fede. Ecco, forse questa è la grande sfida che abbiamo davanti: non è il tempo dell’odio, è il tempo della speranza e quindi della fede. «Noi amiamo la morte più di quanto voi amiate la vita». Lo diceva Osama Bin Laden all’indomani degli attacchi dell’11 settembre ed era una sfida alla nostra coscienza, una sfida a cui occorre rispondere. Perché la forza del cristianesimo sta esattamente nella capacità di amare la vita, anche la più nascosta, anche la più folle. La speranza cristiana è tutto tranne che irragionevole. Non è una speranza campata per aria, senza un punto d’appoggio, una sorta di ottimismo irrazionale contro l’evidenza dei fatti. Anzi la sua ragionevolezza poggia tutto su una conoscenza verificata nell’esperienza del cristianesimo.

Che grande fortuna avere davanti agli occhi l’esempio di Papa Francesco. Domenica le sue parole all’Angelus erano un invito e una sfida a ciascuno di noi. «Bisogna rispondere con gesti di misericordia a chi usa le armi della paura. Il mondo è lacerato ma la risposta non possono essere la potenza o la forza, ma la comprensione e la gratuità dell’amore».Non lasciamo dunque che la paura cancelli la nostra storia, raccogliamo la sfida di Francesco. Alla fine sarà la Misericordia a vincere sull’odio e sulla morte.

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