Sabato 21 Settembre 2013

Francesco: la chiesa

libera e audace

Resterà a lungo nella memoria di tutti l’immagine coniata da papa Francesco nella lunga intervista concessa al direttore di Civilità Cattolica: «Io vedo la Chiesa come un ospedale da campo dopo una battaglia». In un ospedale da campo, dice il Papa, non c’è tempo per verificare se il colesterolo è troppo alto o meno, perché c’è l’urgenza di curare le ferite. «Poi potremo parlare di tutto il resto», suggerisce Francesco.

È un’immagine straordinariamente efficace, dettata da un grande senso di realtà e da un altrettanto grande amore per gli uomini.

Proviamo ad analizzarla. L’ospedale da campo innanzitutto suggerisce l’idea che oggi la chiesa non possa stare chiusa nelle chiese, ma debba «uscire da se stessa», deve andare nel “campo” che è il mondo (come aveva anche suggerito il cardinal Scola nella sua lettera pastorale presentata settimana scorsa). Oggi si deve andare nel mondo, perché il mondo è come il paesaggio dopo una battaglia. C’è tanta gente che soffre, gente sola, spaesata, angosciata. Ci sono quelli che Francesco chiama «i feriti sociali». È un mondo in cui, come ha ribadito ieri nella consueta predica alla messa mattutina di Santa Marta, «una diffusa mentalità dell’utile schiavizza i cuori e le intelligenze di tanti»; questa mentalità «ha un altissimo costo: richiede di eliminare esseri umani, soprattutto se fisicamente o socialmente più deboli»: e il riferimento era ai bambini vittime dell’aborto o agli anziani lasciati nella solitudine e povertà.

Negli ospedali da campo poi non si fanno distinzioni, si curano tutti, in base alle urgenze. Infatti è una situazione in cui è la realtà a dettare i tempi, non i nostri pensieri o le nostre simpatie. Anzi, spesso i feriti oggi sono proprio quelli che se ne sono andati dalla chiesa, quelli rimasti ostaggio dell’indifferenza, cioè i lontani. Sono quelli che abitano le «trincee sociali» della modernità, dice il Papa restando sempre in quella metafora così incisiva. Ebbene in quelle trincee accade che non sono gli specialisti, troppo abituati ad affrontare i problemi nei laboratori, a saper cosa è meglio fare, ma chi è abituato a muoversi sui terreni difficili delle frontiere. «Come le suore, che stanno con i malati tutti i giorni» che quindi hanno fiuto, e sanno sempre qual è la cosa migliore da fare, racconta il Papa richiamandosi ad un’esperienza da lui stesso vissuta in ospedale, ricoverato per una malattia ai polmoni.

Nell’ospedale da campo è in azione la “Iglesia militante”, secondo la definizione di Sant’Ignazio, il fondatore dei gesuiti. Ma è una “Iglesia militante”, precisa il Papa, decisamente diversa da quella che ciascuno di noi poteva avere in mente, seguendo i soliti vecchi schemi. Non ha la preoccupazione di fare proselitismo, non vuole avere «ingerenze nella vita spirituale delle persone», ma è lì per «riscaldare il cuore degli uomini», per essere loro accanto.

Le truppe di questa “Iglesia militante” sono costituite di gente semplice, di donne che «fanno crescere i loro figli», di uomini che lavorano «per portare a casa il pane», di ammalati pazienti, di «preti anziani che hanno tante ferite ma che hanno il sorriso perché hanno servito il Signore».

Quello che il Papa traccia nelle risposte al direttore di Civiltà cattolica è il profilo di una chiesa fedele a se stessa ma straordinariamente libera nel muoversi sulla scena della storia. Libera sino ad essere audace, dice Francesco. Audace come ha dimostrato di esserlo lui, che non si è sottratto a nessuna domanda, che non si formalizza mai, che affronta con franchezza tutte le questioni più spinose. Infatti Papa Francesco persuade tutti e conquista tanti cuori, innanzitutto perché incarna quel che dice. Perché lui è già lì, al lavoro in quell’ospedale da campo.

Giuseppe frangi

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